Culture
Lagioia: "Quattro ragioni per cui il Nobel ad Alice Munro è una bella notizia..."
di Nicola Lagioia
(per Affaritaliani.it)
IL COMMENTO DI AFFARITALIANI.IT
L'INTERVISTA ALLA TRADUTTRICE ITALIANA DI ALICE MUNRO Susanna Basso ad Affaritaliani.it: "La sua lingua semplice nasconde tanti segreti"
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Il Nobel a Alice Munro è motivo di soddisfazione per almeno quattro ragioni. Da una parte serve a far uscire, speriamo definitivamente, la forma racconto dall'incomprensibile stato di percepita minorità a cui un pregiudizio non solo editoriale lo confina. Specie in Italia, dove questo avviene in modo ancora più paradossale, tenendo conto che alla forma breve (o comunque a quella non lunga della novella) si sono dedicati autori come Landolfi, Moravia, Calvino, Parise, Pirandello, Verga e soprattutto Boccaccio.
In un momento editoriale che definire difficile è un eufemismo, la scelta dell'Accademia di Svezia è poi quest'anno doppiamente felice. In primo luogo perché ai criteri letterariamente irrilevanti che fanno giustamente infuriare ogni volta Harold Bloom (ovvero le questioni politiche, sociali, di genere, razza, e qualunque altra forma possa assumere il ricatto del politicamente corretto) si è deciso di preferire la qualità. Poi perché lo si è fatto puntando su un autore non solo bravissimo, ma di facile approccio. Se avesse vinto il Nobel (come anche sarebbe stato giusto) Pynchon o DeLillo, non credo che questo avrebbe guadagnato più di qualche migliaio di lettori alla causa dell'Arcobaleno della gravità o di Rumore bianco. A propria volta Philip Roth (ancora più giusto se avesse vinto lui) ho l'impressione che non abbia bisogno del Nobel per far sapere chi è. Alice Munro ha al contrario un numero di potenziali amanti ancora molto elevato. Per quanto le sue storie siano così affascinanti, crudeli, toccanti, ho l'impressione che ancora molti lettori non conoscano neanche per sentito dire racconti meravigliosi come "The Bear Came over the Mountain" o "Dimensioni" o "Queenie", e vedere per qualche tempo le parti alte classifiche liberate dal tonnellaggio di stupidità involontaria che le presidia non sarebbe una cattiva sensazione.
Con Alice Munro si afferma poi il primato della provincia come parte per il tutto. Al pari della contea di Yoknapatawpha di Faulkner, della Macondo di García Márquez o dell'agrigentino di Pirandello (per prendere altri tre Nobel) il contesto non metropolitano (nel caso della Munro la Huron County) si rivela per la letteratura un trampolino anziché un limite.
Infine, ed è la ragione più importante, quella per la quale questa scrittrice verrà ricordata e letta anche tra molti decenni, i racconti di Alice Munro sono un'esperienza conoscitiva eccezionale. Dietro le sue storie di provincia, le sue ragazze ribelli, le ruspanti comunità intorno al lago Huron che ha narrato per oltre quarant'anni – così strette tra l'immobilità del pregiudizio e il salto in avanti della vitalità – dietro tutto questo c'è un'intelaiatura narrativa di stupefacente forza e dinamicità, fatta di continui rimandi, giochi di specchi, biforcazioni e percorsi circolari che tornano alla base sempre un po' diversi da come erano partiti. Sembra insomma di essere alle prese con una sorta di intelligenza artificiale, una complessa e viva rete di neuroni creata battendo dei tasti sulla macchina per scrivere. A leggere Alice Munro sembra insomma di vedere da vicino come funziona un cervello umano (dunque anche un cuore), e questo la letteratura ai tempi di Anton Čechov (per citare uno scrittore che spesso le viene accostato) non era ancora in grado di farlo.