Culture

Milano City Blues, in un libro l'anima della città. Intervista a Massimiliano Carocci

 

 

milano city blues 128308

Milano si prepara all’Expo. Jimmy, spacciatore alle prese con mafie crudeli e con intoccabili avvocati, deve affrontare anche i guai del fratello più piccolo, le sofferenze di un nonno ex operaio ora malato terminale e il rapporto con Lara, intensa ma breve pausa di speranza. Sullo sfondo sempre Milano, ferita dalla corruzione, dalle droghe, dallo sfruttamento dei deboli, dalle gang criminali che hanno colonizzato la città, dal gioco d’azzardo con le sue leggi inesorabili. Una Milano dolente, come le atmosfere jazz di Miles Davis e il blues di antiche e mai superate schiavitù, colonna sonora dell’intera vicenda. I personaggi attraversano questa realtà, passando dai locali alla moda e dai giochi dell’alta finanza al dolore degli ospedali e allo squallore delle case popolari e delle fabbriche abbandonate. Ciascuno con le proprie forze e debolezze, a volte con disincanto e a volte con passione ma sempre con coraggio e, spesso inconsapevolmente, rispondendo a principi etici difficili da riconoscere. Jimmy, tragico eroe noir, fa da tratto d’unione. Milano, paziente, li osserva, non li giudica e confida nella loro resurrezione.

Guarda il video della presentazione con l'autore e Nando Dalla Chiesa

 

INTERVISTA ALL'AUTORE MASSIMILIANO CAROCCI

Come mai dedicare un libro a Milano?

Perché è la mia città. Perché in lei e con lei sono cresciuto, da studente a "lavoratore", da ragazzo a uomo. Perché se sei un buon osservatore Milano ti dà la possibilità di cogliere - magari per rifiutarli - i valori o le attitudini della società contemporanea; le sue dinamiche, le sue violenze, sospese tra un passato operaio ed un presente "europeo" o semplicemente mercantile. E poi perché la amo e la odio allo stesso tempo. Il blues del titolo rimanda proprio a quel sentimento. Passione e malinconia.

Che Milano è quella descritta?

La Milano che ha subìto per prima la mutazione antropologica italiana degli ultimi vent'anni; che da polo industriale che  produceva lavoro e occupazione  -  con tutti i limiti e le contraddizioni che uno sviluppo a volte frenetico e disarmonico ha comportato -  è divenuta centro finanziario che produce solo denaro destinato a produrre altro denaro. Alcuni milanesi ne sono feriti, altri ne colgono l'opportunità di guadagno e di "libertà". La Milano che è passata dall'essere una città operaia fiera, severa e accogliente ad una città apparentemente  più ricca, volgare e distratta che si prepara all'Expo e non sembra interessata alle sue infiltrazioni mafiose. La Milano in cui gli affari del centro e il degrado delle periferie sono tenute insieme non da un sentimento comune di appartenenza ma da fili ingannevoli e pericolosi: il cemento e la cocaina. Le contraddizioni di questo improbabile equilibrio sono la scenografia del mio romanzo.

Che cosa vuoi muovere nell'animo dei cittadini con questo romanzo?

Quello che voglio far crescere dentro di me. L'urgenza morale di combattere la falsità - nei rapporti individuali come nella partecipazione politica - prima in noi stessi e poi negli altri. Quindi conoscere, informarsi, discutere. E combattere. Un libro, un noir in particolare, credo debba splendere di questo fascino un po' imprudente. Graffiare e accarezzare. Scoprire le violenze della vita in una metropoli, opporvi una bellezza inaspettata, magari anche triste e dolente, ma certo coraggiosa e liberatoria. Che conosce il sacrificio come necessità di redenzione.

Come mai Nando Dalla Chiesa alla presentazione?

Perché volevo provare a unire la visione più istintiva e personale, la mia, a quella più profonda e consapevole, la sua, proveniente dagli atti dei processi, da un'esperienza decennale circa le dinamiche economiche-mafiose in Italia e in Europa - il libro su Buccinasco ne è un esempio perfetto. In quanto docente di "Sociologia della criminalità organizzata" a Scienze Politiche e collaboratore dell'Osservatorio sulle mafie il Dottor Dalla Chiesa poteva quindi unire il racconto e l'esperienza alla documentazione. È stato un piacere ed un onore per me innanzitutto conoscerlo e poi sapere che aveva apprezzato il romanzo.

Come mai i rappresentanti di Zam?

Perché sono stati i primi a credere nel libro, i primi a darmi la possibilità di presentarlo, proprio nei giorni precedenti il loro sgombero da via Olgiati. Sono stati generosi e coraggiosi. Perché sono miei amici. Ci tenevo fossero presenti da Ostello Bello per raccontare lo loro esperienza, l'impegno che hanno messo per sollevare un po' di polvere dalla pelle stanca di Milano. E anche le botte che hanno preso a Palazzo Marino chiedendo un incontro con il sindaco.

La vicenda di Zam è sintomo di quali problemi della città?

Innanzitutto del fatto che l'unico generatore di valori oggi sia il denaro, e che fuori dalla logica del profitto non esista, apparentemente, alcun senso né "salvezza".  Personalmente mi aspettavo molto di più dall'amministrazione Pisapia: non credo sia giusto nascondersi dietro "delle questioni di ordine pubblico si occupa la Questura". In tal modo, di fatto, si finisce per equiparare una zona salvata dall'abbandono e dal degrado in un quartiere difficile come la Barona, rinnovata e aperta alla cittadinanza attraverso palestre popolari, concerti, mostre, cineforum, presentazione di libri, ovvero più in generale "Cultura", e i recenti, tristissimi, ritrovi nazisti di Rogoredo. Il problema è scegliere. Detto questo non credo ci siano colpe per gli uomini giusti. Zam ha trovato una nuova sede e ripreso subito il proprio percorso: volontariato, incontri pubblici, presentazioni… Milano resiste, diciamo così.