Culture
Veronica Raimo e il fascino delle donne che si prendono "spietatamente" in giro... Intervista
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di Antonio Prudenzano
su Twitter: @PrudenzanoAnton

Veronica Raimo, romana, classe '78, ha atteso sei anni per tornare al romanzo dopo il debutto del 2007 ("Il dolore secondo Matteo", minimum fax).
Come mai tutto questo tempo prima dell'uscita del suo secondo libro, "Tutte le feste di domani" (in libreria per Rizzoli)?
"Diciamo che il passare del tempo mi preoccupa molto di più rispetto ad altre cose".
La protagonista del nuovo romanzo è l'affascinante Alberta, che da studentessa fa innamorare Flavio, il suo ricco professore di estetica. Come in un film, o in un romanzo, Alberta passa così dalla vita in una comune a quella in una ricca casa borghese. Ma è una donna in fuga, e finisce per tradire Flavio con un giovane scrittore americano. La protagonista è allo stesso tempo carismatica ed egoista: quanto della sua idea di femminilità c'è in Alberta?
"Alberta tratta con sarcasmo e irriverenza una serie di stereotipi legati alla femminilità: dalla borghese annoiata, alla fricchettona, alle attrici della Nouvelle Vague, alle eroine dell’età del jazz. Eppure, per quanto cerchi una distanza ironica da questi modelli, si trova in parte a soccombervi, come se parte della sua femminilità consistesse proprio nel contestarli e nell’incarnarli allo stesso tempo, finendo per ridicolizzare, insieme ai modelli, anche se stessa. Non so se sia questa la mia idea di femminilità, ma di sicuro mi affascinano le donne capaci di prendersi per il culo anche spietatamente".

Flavio è un debole o un uomo che ha capito come trattare le donne?
"È un uomo innamorato, il che di conseguenza lo rende un uomo debole e forte nello stesso tempo. È convinto di amare la libertà di Alberta, e quindi non sembra un uomo possessivo, ma la sua forma di possesso, di gelosia, in realtà è verso il proprio stato di innamoramento, che in fondo è una corazza per schermarsi dalla vita".
A parte un breve viaggio in Islanda, "Tutte le feste di domani" è ambientato a Roma. Che città è quella che racconta?
"Il romanzo è ambientato tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, quindi è una Roma che non ho vissuto se non in ricordi lontanissimi infantili. Credo che Roma sia una città profondamente classista, ho cercato di raccontarla attraverso le sfasature e le distorsioni che può generare il suo intrinseco classismo, ovvero un rapporto piuttosto viscerale fra ambizione e frustrazione. Diciamo che è una Roma assolutamente non consolatoria".

Pensa che il libro si presti a una trasposizione cinematografica?
"Non penso esistano libri che più di altri si prestino a trasposizioni cinematografiche e non mi è mai piaciuto mettere a confronto un romanzo e la sua eventuale trasposizione cinematografica. Credo siano due mondi separati, con linguaggi diversi e quando si cerca consapevolmente di forzarne uno in direzione dell’altro, i risultati sono sempre molto deprimenti".
Per il suo terzo romanzo dovremo attendere altri sei anni?
"Non ne ho veramente idea".