La poesia sdogana la carta, oggi altre forme e spazi: la ricetta è l'ibrido

Paolo Gambi con le sue poesie abbatte gli stereotipi dell'arte poetica. Ma, avverte, la poesia di qualità sembra vicina al tramonto

Culture
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Paolo Gambi e l’amore per la poesia, oggi tutti sono poeti ma questo non basta a preservare le composizioni di qualità che rischiano l'estinzione

Un personaggio che di certo sa affascinare anche le nuove generazioni sfatando l’idea che la poesia sia solo relegata nei libri e che sia “cosa” vecchia, superata: Paolo Gambi è un poeta anarchico, che naviga il mondo cripto alla ricerca di linguaggi per riempirlo di poesia. Laureato a Bologna prima in giurisprudenza, poi in psicologia, ha un dottorato di ricerca in materie storico-giuridiche. Ha scritto saggistica, narrativa e poesia e da anni ricerca il rapporto fra la poesia e le nuove tecnologie.

Ha vissuto molte vite e da giornalista pluripremiato oggi Gambi è uno dei pionieri della cripto-poesia, uno dei primi italiani ad aver ficcato il naso nel mondo degli NFT (Non - fungible token). Fondatore del movimento internazionale Rinascimento poetico, considera Maestri i fondatori della poesia come Omero, Dante e Shakespeare, Rumi, Borges, Wislawa Szymborska, Hoelderlin, Goethe, Baudelaire e anche Bukowski, passando da Pascoli e D'Annunzio.

Paolo offre un punto di vista assolutamente nuovo, su come la poesia sia davvero per tutti, su come vada “liberata” da stereotipi. Il valore aggiunto di Paolo è la sua capacità di rendere semplici argomenti che sembrano complicati, con un linguaggio contemporaneo e diretto, condito da una grande capacità comunicativa.

La poesia è a rischio d’estinzione?

No assolutamente no, anzi! Siamo nella fase in cui tutti scrivono poesie, sui social anche i ragazzini ed è una cosa positiva che sottolineo con piacere. La poesia di qualità, invece, sì è a rischio, perché impoverita, livellata. Non vuole essere un giudizio ma un’analisi, sincera. Poi ci sono circoli chiusi, i Nobel mancati, che la soffocano. L’autoreferenzialità è una tomba. Io sono un Indi, un indipendente, non ho relazioni con questo genere di gruppi e mi considero un poeta anarchico.

A scuola la poesia è ancora protagonista?

Il problema della scuola è legato agli insegnanti, quando questi sono appassionati riescono a mostrare tutta la luce, la potenza che ha la poesia. Purtroppo, nonostante ci siano tanti professori che lo sono, molti invece si sentono persi.

Quello che non manca nella storia, in ogni epoca sono i poeti. Le persone ignorano o non sopportano la poesia, perché conoscono solo pochi versi che hanno dovuto imparare a memoria, purtroppo. Non conoscono l’utilizzo della parola per scardinare la nostra cassa toracica, arrivare al cuore e trovarci l’infinito. Questo è il potere della poesia.

Come può sopravvivere questa arte?

La poesia deve potersi ibridare con ogni forma d’arte, è questa la sua vocazione. Gutenberg è morto, dobbiamo trovare nuove forme e nuovi spazi che vadano oltre il semplice libro. Servono nuovi ponti per l’altrove. Il prima aveva come mezzo per fare poesia la carta, con spazi e regole propri. Questa forma di poesia è moribonda, si vendono meno libri e la poesia per sopravvivere deve essere declamata, librarsi nell’aria, non essere seppellita nella carta. Io cerco di mettere poesia nel mondo che ci circonda portandola al di fuori dei luoghi comuni, sdoganandola la scrivo sui muri, sui corpi e mi piacerebbe portarla nei teatri. Un futuro dove la Poesia ci faccia abbassare le palpebre per farci vedere ciò che conta davvero, l’infinito nelle cose dove la natura è maestra. Ascoltare ciò che veramente conta.

Come nasce il Rinascimento poetico?

L’idea del Rinascimento Poetico nasce dal presupposto che stiamo vivendo un’era molto complicata e dobbiamo capire cosa portare nel futuro. Io ho deciso di portare la poesia, intesa proprio come ponte tra il mistero che ci portiamo dentro ed il mistero che ci circonda. Detto ciò, può esserci poesia dappertutto e potenzialmente siamo tutti poeti. È nato come movimento di base durante le dirette sul mio profilo Instagram dove ho convogliato un po' di persone che mi seguivano da tutto il mondo. Abbiamo votato e scelto il nome e finalmente, non appena è stato possibile è sbarcato nella bella realtà degli incontri in presenza. La poesia è stata tenuta lontana dal presente, lontana dalla tecnologia, lontana dalla rivoluzione. Lo scopo del movimento è di riunire tutte quelle persone che credono che la poesia possa salvare il mondo. La poesia non è discriminatoria, ci sono operai, medici, lavoratori di ogni età, richiede tanto studio, tanta lettura, tanta preparazione, ma è accessibile a tutti.

Giornalista, scrittore, hai pubblicato complessivamente trenta libri, romanzi, poesie e saggi, tradotti in sei lingue. Perché hai deciso di “salvaguardare” la poesia?

Perché è stata lei a scegliere me, mi ha teso la mano e ho dovuto afferrarla. Perché, dopo averla ignorata per anni, non potevo più farne a meno. Durante la malattia di mia madre è successo qualcosa. Tutto è iniziato con i Salmi, che sono le poesie più belle che ci siano. La parola è diventata strumento, per trovare la mia storia e andare più a fondo. Un percorso fatto di silenzi. Ho dedicato due anni ad un percorso di studio, leggendo l’opera Omnia di Dante, Omero, Shakespeare, Wilde. Ma tra tutti, devo riconoscere che Walt Whitman ha cambiato la mia vita quando mi ha raggiunto con il suo “e tu puoi contribuire con un verso”. Poi l’incontro con Zagrebelsky, uno dei personaggi contemporanei che hanno lasciato il segno. Ora sto leggendo Pasolini e ho finito da poco Ungaretti. Per fare poesie in modo serio, bisogna dedicare tempo ai Maestri, ai grandi autori, sempre e con costanza.

Qual è il tuo appello, la tua ricetta per far appassionare alla poesia gli studenti?

C’è un unico modo per fare appassionare tutti alla poesia, invitare i poeti contemporanei a scuola a parlarne. Solo nel Rinascimento poetico, siamo in 1500. La mia storia non è straordinaria, ma comune a tanti. I poeti sono tanti e potrebbero parlare di poesia dal punto di vista di chi la fa, non sarebbe una bella occasione?

Sei uno sperimentatore, che una ne fa e dieci ne pensa. A cosa stai lavorando?

Tra le tante cose sto sperimentando un monologo da portare in teatro. Ho fatto una data zero, a Carpi all’Auditorium San Rocco. È stato un mettermi alla prova, molto importante e anche stimolante, dove ho capito che posso esprimermi. Un esperimento che avrà sicuro un seguito, perché mi ha stimolato moltissimo.