La riforma Cartabia? Altro che Draghi, è una grana per il Pd

Il testo in Aula il 30 luglio, sempre che si superi lo stallo in Commissione. Rosato (Iv) ad Affari: "I dem scelgano se sostenere il Governo o inseguire Conte"

di Paola Alagia
Lapresse
Politica
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La stroncatura della riforma Cartabia da parte del Csm complica uno scenario estremamente delicato e rischia di avere ulteriori contraccolpi sul cammino accidentato del provvedimento in Parlamento. A riprova del fatto che la giustizia si conferma un terreno scivoloso, per non dire un vero e proprio campo minato. Già è stata la buccia di banana sulla quale è caduto il governo Conte 2 e ora ci risiamo con l’esecutivo Draghi. Con l’aggravante stavolta che, sugli emendamenti al vecchio testo targato Bonafede per riformare il processo penale, si sente tutto il peso di una maggioranza molto eterogenea. 

E’ notizia di oggi, all’esito della conferenza dei capigruppo alla Camera, che il provvedimento dovrebbe approdare in Aula a Montecitorio per la discussione generale il prossimo 30 luglio. Ma il condizionale è d’obbligo. Anche perché vincolato ai lavori in commissione Giustizia dove ancora regna lo stallo e si cerca disperatamente una mediazione, dopo la valanga di modifiche presentate soprattutto dal Movimento cinque stelle. Sono un migliaio, anche se poi quelle non ostruzionistiche e quindi di merito sono 150 circa. Sempre tanti, comunque. Soprattutto viste da Palazzo Chigi, con il presidente Draghi che appena ieri aveva fatto pervenire alla Camera la sua ferma volontà di arrivare al voto sulla riforma entro fine luglio. Il tana libera tutti che può infatti scattare dopo il 3 agosto, quando inizierà il semestre bianco, con l’impossibilità da parte del presidente della Repubblica di sciogliere le Camere, potrebbe dare il là a un vero e proprio Vietnam tra le forze parlamentari che a quel punto avrebbero le mani libere.

Ma paradossalmente più che Draghi a temere di più uno stallo o una mancata mediazione sulla giustizia è il Pd che non a caso è impegnato a capofitto nella ricerca di un punto di caduta che possa da un lato soddisfare il Movimento e dall’altro non esporre troppo i dem con il governo Draghi. Perché alla fine della fiera è proprio il Nazareno a rischiare di trovarsi col cerino in mano. Se come pure è possibile - sebbene tecnicamente complicato -  il Governo mettesse la fiducia sul ddl penale e il M5s votasse contro, infatti, per il partito guidato da Enrico Letta sarebbe un problema. Perderebbe un alleato chiave nella compagine dell’esecutivo. Non la pensa così il deputato Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia, che ad Affaritaliani.it dice: “Se il Movimento si sfilasse sarebbe sì un problema, ma non per il Pd, bensì per Draghi che si ritroverebbe una maggioranza a trazione Lega. Il partito di Salvini non sarebbe più, infatti, una delle forze che al pari delle altre sostiene l’esecutivo. Questo è evidente”.

Diverse fonti dem incrociate dal nostro giornale, comunque, sono fiduciose che alla fine un punto di caduta verrà trovato: “Se dovessi scommettere oggi – dice un parlamentare dietro garanzia di anonimato – al netto delle divisioni all’interno del M5s, direi che prevarrà la linea della mediazione. Alla fine accetteranno seppure obtorto collo, la soluzione finale”.

La soluzione finale, appunto. Ma quale può essere? “Il terreno della mediazione è una norma transitoria che prevede per i primi tre anni una prescrizione più lunga rispetto a quella contemplata dalla riforma Cartabia – spiega un dem vicino al dossier -. In modo da consentire un ‘atterraggio morbido’ di questo strumento negli uffici giudiziari, anche di quelli che sono più in difficoltà oggi”. Si tratta della proposta contenuta proprio in un sub-emendamento a prima firma Bazoli.

Ora il pallino comunque è nelle mani del Governo e del titolare del dicastero di Via Arenula. E’ da Chigi, quindi, che si attende un segnale per sbloccare l’impasse. Due le opzioni possibili: l’esecutivo potrebbe scrivere un nuovo emendamento che poi però potrebbe essere subemendato in Commissione, il che richiederebbe altro tempo, oppure dare un via libera a questa soluzione di compromesso che è, appunto, un sub emendamento già esistente. In tal caso, la Commissione potrebbe votarlo, insieme alle altre modifiche proposte. Un lavoro che presumibilmente inizierà lunedì e di gran corsa per rispettare la tempistica e, quindi, l’approdo in Aula della riforma il prossimo 30 luglio. Sempre che il M5s - che al momento sulla prescrizione non transige dal tetto di 4 anni per l’Appello e due per la Cassazione – dica sì. Senza trascurare poi i paletti delle altre forze di maggioranza. A cominciare dalla Lega - per Matteo Salvini della riforma Cartabia “non si tocca neanche un virgola” – e da Forza Italia, che col sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto nelle scorse ore ha messo in guardia: “Se qualcuno pensa, surrettiziamente, di tornare al fine processo mai, ha fatto male i suoi conti”. Ma nell’equilibrio delicato da tenere in piedi rientra pure Italia viva che ha già dato l’alt all’ipotesi di allungare i tempi della prescrizione sui reati di corruzione.

Nella migliore delle ipotesi, comunque, pur ammesso che in Aula approdi un testo con alcune modifiche recepite dal Governo, lo scoglio degli emendamenti si ripresenterebbe. Se fossero troppi, tra l’altro la strada della fiducia non sarebbe proprio agevole. Per un provvedimento come questo andrebbe posta infatti sui singoli articoli.

Morale della favola? “Tutto questo si poteva evitare – taglia corto una fonte di Italia viva -. Alla fine il testo potrebbe essere approvato in una giornata. Sono solo le tensioni del M5s, a cui però il Pd dà sponda, che stanno facendo accumulare ritardi. E la cosa desta ancora maggiore meraviglia se si pensa che una intesa era stata raggiunta da tutti i ministri in Cdm, inclusi quelli del Pd, che ora stanno cercando di tenere il piede in due scarpe”. Ecco perché, come dice ad Affari il presidente di Iv Ettore Rosato, “è proprio il Partito democratico che deve scegliere: o il sostegno leale al Governo Draghi e la mediazione votata in Cdm oppure correre dietro a Conte per ottenere i voti M5s sul collegio di Siena”. Insomma, tertium non datur.