Pd, fine dell'era-Letta. Tutti gli errori del leader Dem, verso l'addio
Doveva abbandonare Draghi e appoggiare Conte. Tuttavia, mentre Draghi qualche voto l’ha portato a Terzo Polo, non ha portato invece niente al Pd
Elezioni, Enrico Letta annuncia l'addio al Pd: il suo vero errore? La mancata alleanza con Conte
Almeno si può dire che Enrico Letta non ha fatto passare tempo. Alle 11.30 era già in conferenza stampa annunciando che è un segretario dimissionario che guiderà il Partito democratico al Congresso a cui, ha tenuto a precisare, non si ripresenterà candidato.
L’intervento del segretario è stato orgoglioso, a rivendicare la giustezza della sua campagna elettorale, un orgoglio che, in questo frangente, non ha quell’umiltà che fa grandi anche nella sconfitta. Esordisce con un fantozziano e tafazziano: “Pd secondo partito in Italia e primo dell’opposizione” che dà la cifra della totale confusione in cui versa il segretario che non trova di meglio che fare un “elogio della (buona) sconfitta”, come del resto aveva fatto intendere in campagna elettorale.
Letta scarica poi la responsabilità della débâcle, peraltro ampiamente annunciata, sugli “alleati infidi” e sul “fuoco amico” e fa il nome esplicitamente di Calenda e quindi Renzi che hanno determinato la sconfitta del Pd. In realtà l’errore strategico l’ha fatto Letta quando si vanno a vedere i dati. Il cosiddetto “campo largo” con dentro tutti e cioè Pd, +Europa, Verdi + Sinistra, Impegno Civico, Terzo Polo e M5S avrebbe battuto il centro-destra mentre lui ha tenuto fuori Calenda e Conte.
Certo, c’era il non facile compito di mettere insieme Azione-Iv con M5S e Sinistra-Verdi, ma a questo serve un segretario di un partito come il Pd se no sono capaci tutti a perdere così. In ogni caso è stato comunque un grosso danno per il Pd aver rotto specificatamente con Calenda e Renzi e questo era un “miracolo minore” che Letta poteva almeno compiere e non lo ha fatto.
Poi, per allontanare ulteriormente i Cinque Stelle, come ha fatto notare anche Di Battista, ha compiuto un altro “atto ostile” candidando Luigi Di Maio che ha subito una sconfitta epocale e non ha portato niente al Pd. Dunque la gestione Letta è stata catastrofica, una delle peggiori proprio per la scelta quasi autarchica della “vocazione maggioritaria” che fece anche Walter Veltroni nel 2008, ma almeno ottenendo una onorevole sconfitta con il 37.5% (insieme a Italia dei Valori).
Letta con un agire confuso, indeciso ed ondivago ha finito per scontentare tutti. Tra parentesi, a Roma, il Pd come al solito, ha vinto solo ai Parioli perdendo tutte le periferie, un segnale inquietante anche per il sindaco Gualtieri. Ma l’errore vero, Letta l’ha compiuto quando non ha fatto l’alleanza con i Cinque Stelle. Ancor oggi ha ribadito che la colpa è stata tutta di Giuseppe Conte che “ha fatto cadere il governo Draghi e se oggi la Meloni sale a Palazzo Chigi è colpa sua”. La colpa in realtà è invece del segretario del Pd che non è riuscito a staccarsi dal “mantra Draghi” che ha ripetuto all’inverosimile come un disco rotto.
Letta doveva abbandonare Draghi e appoggiare Conte. Tuttavia mentre Draghi, a sua insaputa, qualche voto l’ha portato al Terzo Polo, non ha portato invece niente al Pd che ha continuato a tesserne inutilmente le lodi allontanando ulteriormente Conte.
Letta resta in carica per le solite normali incombenze, ma si scopre che i tempi del congresso paiono essere verso marzo 2023 e quindi la gestione del potere (seppur ridotto) non è affatto poca anche se lui ha cercato di far passare le non dimissioni peraltro richieste come un “atto di amore verso il Pd”. Altro che “biglietto per Parigi”.