Se non ci fossero state le cosiddette “case chiuse” probabilmente Gino Paoli non avrebbe mai scritto “Il Cielo in una Stanza”. Molte signorine sarebbero al riparo da malattie, intemperie, pazzi depravati. Sì, ci sarebbero molti più ragazzini in giro a provare la loro prima volta a pagamento – come accadeva di norma almeno fino a 40 anni fa -. Le “signorine” sarebbero monitorate e protette, curate e non sulla strada. Il decoro urbano ne gioverebbe. Le signorine invece in attesa di un’amica sul marciapiede oppure all’erta che arrivi l’autobus non verrebbero ingenerosamente scambiate per delle passeggiatrici, anche se indosso non hanno che una maglia a fiori e un paio di jeans. Perché il look delle peripatetiche è diventato molto più sobrio e sono quasi indecifrabili (a volte). E perché il mondo si è fatto sempre più brutto. Quindi: case chiuse e quartieri del sesso anche a Milano, sì o no?
In principio a chiederlo fu il gruppo Radicale che si rivolse a Palazzo Marino, ormai mesi fa, per studiare una nuova mappatura dei quartieri di Milano di modo da creare persino un quartiere in cui trovare tutto il necessario per godere dell’esercizio del mestiere più antico del mondo, ma senza disturbare il vicinato e con conseguente controllo discreto da parte delle forze dell’ordine. Quello che in gergo si chiama “zoning“, ovvero la creazione di zone dedicate alla prostituzione. La più nota di tutte è quella di Amsterdam. In Italia, Mestre si è avviata in questa direzione. Il centrodestra non era d’accordo. Il Consiglio di Zona 2 – zona piazza Loreto, via Padova – è tornato all’attacco, con il tiepido nullaosta di Sel. “Un documento approvato con 14 voti contro 8 prevede che nascano strade dove «lavoratrici e lavoratori del sesso» possano incontrare i clienti «in aree di minor conflitto con la cittadinanza e di maggior sicurezza personale». Si chiede anche che in queste aree della città siano creati «punti di sicurezza» ai quali i «sex workers» possano rivolgersi, una sorta di centri per «accogliere e sostenere persone vittime di sfruttamento» – spiega con chiarezza Repubblica.it. Secondo la mozione sono richiesti «un regime di regole condivise per un utilizzo adeguato degli spazi, soprattutto per quanto attiene a questioni igienico sanitarie (abbandono di condom, fazzolettini, indumenti intimi, bisogni fisiologici-corporali)»; che non manchi «un presidio fisso in tali quartieri per evitare alcun disturbo della quiete pubblica, problemi di ordine pubblico, rischi legati alla viabilità soprattutto per quanto riguarda la sicurezza e incolumità delle ragazze». Ad oggi ancora la decisione non è stata presa, ma sono molti i pro ed i contro. I pro, sono quelli elencati all’inizio, senza dimenticare la possibilità – aggiungiamo noi – di far pagare le tasse anche alle professionisti del sesso, diritto che molte e molti di loro hanno avanzato tempo addietro capitanate dall’escort-transessuale Efe Bal. I contro riguardano innanzitutto la scelta del quartiere, che nuocerebbe di certo ad una certa qualsivoglia parte dei nostri concittadini. Dove andrebbero ad abitare? E quanti di loro sarebbero felici di avere questo, con un conseguente cambio dei valori di mercato di immobili e zone. Poi c’è la questione culturale: dopo la Milano da bere e la Milano della Moda, ora che Milano sta recuperando il suo coté culturale si corre di certo il rischio che diventi la nuova capitale del piacere (e non solo l’edonismo di cui è portatrice dagli anni ’80). Senza dimenticare la questione sessista: liberare le schiave del sesso significherebbe tornare ad impoverire il rapporto tradizionale e la cultura che intorno a questo grava. Insomma, ci si lamenta dell’eccessivo utilizzo che la comunicazione e la propaganda di ogni genere fanno del corpo nudo femminile, e si va a proporre una liberalizzazione completa dell’uso a pagamento di quel corpo. Una cosa è certa, comunque: la Legge Merlin che portò alla chiusura delle case chiuse (legge 20 febbraio 1958, n. 75) non fu un deterrente al fenomeno della prostituzione, del cattivo costume e della malavita. Anzi.
All’inizio, a Milano, i quartieri a luci rosse erano Brera; via Marco Formentini, conosciuta anche come “Contrada di Tett” per via delle signorine che esponevano la mercanzia alla finestra; via San Carpoforo, in dialetto “Sancarpofer“, ovvero “strada casa chiusa”, vicolo con tre “localacci”; Piazza Missori e Piazza Velasca, della quale Carlo Porta decantava la maitresse “Ninetta del Verzee“. Oggi, sono sotto gli occhi gli innumerevoli “centri massaggi” orientali di dubbio utilizzo che aprono e chiudono in centro a Milano e nelle sue periferie.
Meno apparenti ma comunque presenti le case per appuntamenti di escort e “Lolite” del sesso. Secondo una inchiesta de IlGiornale.it del 9 aprile di quest’anno, a Milano gli appartamenti-squillo (per incontri avvenuti online, di adescatrici da strada) sono almeno 300; in Lombardia salgono a 4.500 e l’80% delle signore è di origine straniera (ma ci sono anche “appartamentini di tolleranza per transessuali e per pratiche sadomaso”). I centri massaggi orientali sono invece almeno 2000, ma esistono anche quelli “made in Italy” tra studi estetici ricavati all’interno di appartamenti (non censibili); i club con scambi di coppie, alcuni pub e privé di discoteche, night club… Conclude Luca Romano del quotidiano di Sallusti: “In barba alla legge Merlin, nel 2015 le «case chiuse» a Milano sono tante. E tutte aperte.” Dove sta la via giusta? Di certo nel mezzo, come sempre. Sempre che amministrazioni, consigli e giurisdizione sappiano trovare la via giusta per scovarla. Voi che cosa ne dite? L’avreste già pensata?