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Milano
Remuzzi: "La malattia è cambiata. I malati di Covid ora più lievi”

Intervista esclusiva di Alessandro Pedrini per Affaritaliani.it Milano

“La malattia è cambiata e i malati sono ora più lievi. Si alle riaperture, altrimenti le persone moriranno di povertà e di conflitti sociali”.

Da scienziato in prima linea ci racconti come è stata l’emergenza e come è stata gestita?
L’emergenza è stata a dir poco drammatica. Bergamo, la mia città, è diventata l’epicentro a livello mondiale dell’epidemia, ben descritta dal “The New England Journal of Medicine” nell’articolo “Adaptations and Lessons in the Province of Bergamo”. Probabilmente il virus in Europa circolava già da tempo, molto tempo prima del caso del paziente 1 di Codogno. È riferito il caso di un paziente in Francia già malato nel mese di dicembre. Diversi studi ritengono che il Sars-Cov-2 circolasse già nel mese di novembre. Purtroppo sono state perse diverse settimane e quando si è presa consapevolezza della tragedia era troppo tardi. Personalmente ho ricevuto una ventina di lettere di persone che da tutta Europa mi raccontano di episodi di malattia avvenuti a novembre. In Lombardia già a dicembre i medici di base si sono trovati di fronte a polmoniti bilaterali mai viste. Ma hanno pensato che fosse una evoluzione del ceppo dell'influenza. È difficile capire di essere di fronte a qualcosa di nuovo se non lo si è mai visto prima. 

Come mai tanti morti in Lombardia? Una intera generazione è stata falcidiata…
In Lombardia, una delle Regioni più attive d’Italia, ci sono stati contatti interpersonali di ogni tipo. Da fine ottobre, quando il virus è comparso anche in Europa, fino a febbraio, quando ce ne siamo accorti, c'è stato uno movimento continuo di milioni di persone. Con la Cina, con la Germania, con tutto il mondo. La zona del lodigiano è un importante hub di scambi internazionali, nella bergamasca Nembro è una delle città più vive e frequentate della zona, Alzano un distretto industriale. Bergamo ha l’aeroporto, l’Orio Center. Poi c’è stata la partita di Champions League tra Atalanta e Valencia con 40mila tifosi tutti insieme. Per questi motivi la Lombardia è stata la più colpita. L’ospedale di Bergamo e gli ospedali lombardi in generale, hanno saputo far fronte all’emergenza ed hanno imparato una lezione straordinaria. Non è tempo di processi, ma di riflessioni per capire che si deve riprendere quel filo che lega gli ospedali con la rete dei medici di base.  

Ma la responsabilità dei ritardi nell’allarme è imputabile alla Cina?
Devo dire che la Cina si è comportata in modo corretto. Da quando ha avuto consapevolezza dell’epidemia, ha subito isolato e sequenziato il virus e ha adotatto tutte le misure di contenimento. Certo averlo saputo prima avrebbe agevolato il nostro lavoro.

A Suo parere andrebbe rivisto il modello della Sanità in Italia? 
Certamente, va ridisegnato il modello della Sanità attuale che è soprattutto fatto di grandi Ospedali. Va rafforzata la sanità pubblica, l’unica in grado di far fronte alle epidemie e alla prevenzione delle malattie. Questa epidemia avremmo potuto prevenirla perché avevamo avuto già diverse avvisaglie, penso alla SARS, alla MERS, all’influenza suina ed eravamo quindi consapevoli che prima o poi sarebbe potuto accadere qualcosa di straordinario. Purtroppo però non ci siamo preparati in modo adeguato. Ora, per prima cosa, va creato un sistema efficiente basato sui distretti e sui medici di medicina generale che si organizzano a lavorare insieme con infermieri e personale amministrativo dedicato. Questi bravissimi medici - molti dei quali si sono sacrificati e hanno dato la vita in questa battaglia - devono però essere inquadrati non come liberi professionisti ma come dipendenti del Sistema Sanitario. Serve un sistema forte di medici di medicina di famiglia e di medici del lavoro che facciano i controlli nelle case, nelle aziende e nelle fabbriche così da avere una “anagrafe biologica” capillare di quello che sta accadendo sul territorio. Questo è il modello vincente per prepararsi ad una pandemia. Serve un’Intelligence della pandemia, come affermato dal prof. Donato Greco, uno dei più grandi epidemiologici al mondo. Il concetto di Intelligence, che non comporta solo “intelligenza”, è un complesso di fattori che permettono una meno approssimativa lettura dei fenomeni naturali che popolano la nostra storia. La sorveglianza delle malattie, la ricerca, l’esperienza delle precedenti epidemie, la sistematica raccolta di dati ed esperienze costruiscono un bagaglio informativo che va interpretato per determinare le scelte più opportune. L’Intelligence include l’incertezza, i rischi, gli effetti collaterali, quindi l’assunzione di responsabilità pesanti da parte dei decisori. Per questo, quanto più ricca è l’Intelligence più appropriate saranno le scelte che l’emergenza richiede.

Ora com’è la situazione, siamo tornati alla normalità?
Adesso stiamo andando molto bene. Lo voglio dire con forza perché l’evidenza lo dimostra. Nei pronto soccorso dei nostri ospedali al momento non arrivano più malati Covid, non registriamo nuovi ricoverati, non ci sono più nuovi pazienti in terapia intensiva per questo tipo di malattia. All'inizio dell'epidemia arrivavano 80-100 persone in pronto soccorso, la maggioranza delle quali bisognose della terapia intensiva, e ora non arrivano più. In questo momento a Bergamo ci sono circa 30 malati in terapia intensiva, ma sono tutte persone che si sono ammalate almeno 4-5 settimane fa. Il profilo clinico del virus è mutato, una descrizione molto efficace coniata dal prof. Massimo Clementi che descrive bene quel che sta succedendo ora.  La malattia si sta modificando, e forse il virus è diventato meno insidioso. Questa è una bellissima notizia. Io vedo i nuovi malati che non sono più quelli di prima. Stiamo facendo degli studi e non troviamo più i malati per fare questi studi. 

Alcuni opinion leader contestano questi messaggi di ottimismo che potrebbero a loro dire creare nella popolazione comportamenti irresponsabili. Che cosa risponde?
Io sono convinto esattamente del contrario. La verità è sempre illuminante. Queste buone notizie sul cambiamento positivo del profilo clinico del virus sono un messaggio alla gente per far capire che i nostri comportamenti virtuosi riescono a fermare il virus, a salvare la vita alle persone, a vincere questa guerra. La gente è matura e ha capito perfettamente che non va abbassata la guardia. 

Saremo quindi pronti ad una eventuale seconda ondata?
Ritengo che la situazione disastrosa vissuta a marzo non ritornerà, poiché in quel periodo il virus si è confrontato con una popolazione che non aveva mai incontrato e noi non eravamo preparati. Oggi invece tutti abbiamo una grande consapevolezza e un modus operandi, anche sui tracciamenti dei contagiati, più efficace ed efficiente. 

Quali le regole da seguire?
Le regole sono semplici. Lavarsi spesso le mani. Mantenere un distanziamento minimo tra le persone. Non fare assembramenti, soprattutto in luoghi chiusi. La mascherina è necessaria quando non si riescono a mantenere le distanze. Per fermare definitivamente il contagio dobbiamo mettere in condizione le persone di farlo.  Se una persona è malata deve poter fare il tampone. Se è positiva deve poter accedere a strutture alberghiere adeguate - identificate in ogni provincia - per trascorrere il periodo di isolamento.

Tamponi e test sierologici, cosa ne pensa?
Leggo una cosa bellissima sul “British Medical Journal”: i politici sembrano preoccuparsi più del numero dei tamponi che dell’andamento dell’epidemia. I tamponi sono importanti, ma bisogna occuparsi anche di quello che c’è attorno. Tamponi per tutti? Improponibile. Il tampone non è un valore, lo è come viene fatto. E poi ci si può sempre ammalare. Serve una strategia, ma non bastano i tamponi. I test sierologici “pungidito” sono l’unico strumento diagnostico che può essere utilizzato su larga scala. Noi, come Istituto Mario Negri, stiamo verificando l’affidabilità di uno di questi, attraverso lo studio su circa 300 lavoratori della Brembo al Kilometro Rosso. Incrociando i risultati di questo test con il tampone potremmo meglio comprendere la percentuale di affidabilità. Una volta individuato il test migliore allora si potrà procedere testando tutta la popolazione. I risultati sono fondamentali per capire l’evoluzione epidemiologica del virus a livello delle singole regioni. L’Università di Berkeley in California, studiando il caso di Bergamo, è giunta alla conclusione che in città si è sviluppata l’immunità di gregge e che circa il 70% della popolazione è venuta a contatto con il virus. Quindi uno studio attraverso il test sierologico serio e fatto a tappeto, può dare indicazioni precise su come le diverse Regioni devono comportarsi.

E il vaccino, servirà ancora?
A mio parere il virus continuerà a diffondersi, infettando la maggior parte della popolazione mondiale, in un periodo di circa 1-2 anni e si adatterà all’uomo causando lievi infezioni delle vie aeree superiori. Ci sarà il vaccino, ma probabilmente quando sarà disponibile per tutti, io mi auguro, se le cose andranno come stanno andando adesso, che il virus non ci sarà più. Però servirà per la prossima volta o per altri virus. Il problema del vaccino è che per confezionare, distribuire e somministrare il vaccino a tutta la popolazione mondiale ci vorranno almeno 2 anni, tanti soldi e accordi internazionali tra Stati.

Dopo la malattia si è immuni o no?
È appena uscito uno studio sulla rivista “Nature” che afferma che tutte le persone che hanno avuto la malattia in una forma significativa hanno sviluppato anticorpi. Non sappiamo però questa immunità quanto duri effettivamente e quali tipi di anticorpi proteggano.

Cosa ne pensa della cura al plasma?
Noi abbiamo utilizzato un sistema innovativo che preleva dal plasma solo gli anticorpi che vengono poi iniettati negli ammalati. C’è poi lo studio del “San Matteo” di Pavia.  Preferisco però non parlare dei risultati fino a quando questi studi non saranno conclusi e pubblicati.

È stato giusto riaprire e possiamo essere fiduciosi del futuro?
Non solo giusto, ma doveroso, altrimenti le persone moriranno di povertà e di conflitti sociali. Riaprire con l’entusiasmo e la consapevolezza che il virus può essere sconfitto. La certezza l’avremo però solo il 15 giugno quando ci sarà l’evidenza definitiva dell’epidemia dopo la riapertura. Ma sono fiducioso.

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