Roma

Marino resta, Marino se ne va

Il limite dell'informazione è spesso dato dalla noia. Un normale cittadino italiano che non sia romano che interesse può avere a sapere se e perché il sindaco Ignazio Marino rimane o va via? E tuttavia il caso si presta a qualche riflessione sulla democrazia. Forse è Cornelio Nepote che narra l'episodio dell'ostracismo di Aristide, quando un ateniese chiese allo stesso interessato, che non aveva riconosciuto, di scrivere sull'ostrakon il suo nome per esiliarlo. Aristide gli chiese che motivo avesse, per questo gesto, e l'altro rispose più o meno: “Sono stanco di vedere quanto costui si dia da fare per essere stimato da tutti”. È vero che in democrazia è il Parlamento che vota le leggi, ma chi comanda effettivamente è la piazza. Se le comari e i giornalisti chiedono irragionevolmente ma con insistenza un reato denominato “omicidio stradale”, mentre esso già esiste (come forma aggravata di omicidio colposo) e per giunta invocando pene assurde (si arriva a diciassette anni, più di quanto si rischia per l'omicidio volontario con un'attenuante), che cos'altro può fare il Parlamento? Ovvio, vota il reato d'omicidio stradale.

Evitando per un pelo di sanzionarlo con l'impiccagione. Dal momento che viviamo nell'epoca della comunicazione, i politici hanno continuamente il polso dell'opinione pubblica ma, invece di guidarla, le obbediscono. Tutti sappiamo che Mussolini fece malissimo a dichiarare guerra alla Francia nel 1940, ma sul momento gli italiani lo applaudirono con grande entusiasmo. E naturalmente, a guerra perduta, tutti lo condannarono. Ma siamo sicuri che oggi le cose andrebbero diversamente? Se le comari e i giornalisti si intestardissero nell'idea che bisogna scendere in guerra, pur essendo impreparati, pur essendo una carognata indimenticabile, chi dice che il Parlamento non obbedirebbe? Del resto, quella stessa Italia che condannò Mussolini per la dichiarazione di guerra alla Francia tecnicamente vinta non fu la stessa che – e stavolta non a causa del Duce – pochissimi anni dopo dichiarò guerra alla Germania, anch'essa tecnicamente vinta? Di fronte a queste memorie storiche, la vicenda del sindaco di Roma fa ridere ma rimane sintomatica. Gran parte dell'Italia vuole le sue dimissioni non perché sia dimostrato - ad oggi - che ha violato la legge o sia corrotto, ma soltanto perché gliele chiede e si stupisce che l'interessato non obbedisca. Arriva a domandarsi se sia sano di mente: come osa resistere all'opinione pubblica? Certo, Marino ha dalla sua il diritto: ma che importa? Quello lo si usa quando serve.

Abbiamo calunniato i Borboni di Napoli dicendo che ai nemici la legge l'applicavano mentre per gli amici la interpretavano, ora li superiamo: non solo a Marino si vuole applicare una legge che non c'è, ma la si vuole addirittura interpretare a suo svantaggio. Nessuno dice che questo sindaco debba rimanere al suo posto. Ciò che è insopportabile è la pretesa che si dimetta perché questo vorrebbe il Pd. O perché questo vorrebbero molti giornalisti. Se il nostro è uno Stato di diritto, che lo si sfiduci nelle dovute forme, e a quel punto che lo si sbatta fuori dall'Aula Giulio Cesare. Ma fino a quel momento è il sindaco eletto da una enorme percentuale di romani e il suo rifiuto di andarsene non è più “illegale” di quanto sia quello di chiunque altro che, seduto al cinema, rifiuti di cedere il suo posto. Il fatto che al riguardo si discuta di tutto, salvo che delle norme che reggono il caso (salvo che per il numero di congiurati necessario), è sintomatico di un'insensibilità giuridica ed umana che fa spavento. Ignazio Marino non è simpatico, né fisicamente né intellettualmente, ma fa orrore vedere una folla sconfinata che grida crucifige. Magari senza essere in grado di scrivere il nome del condannato sull'ostrakon. L'accanimento è tale che si impone ai consiglieri in quota Pd di dimettersi, anche se quei disgraziati sanno benissimo che, in occasione delle prossime elezioni, è molto difficile che siano rieletti. E chissà che cosa gli staranno offrendo, in cambio. Che fretta c'è, di veder andar via Marino? Lo si potrebbe lasciare al suo posto, aspettando che completi il suo mandato, in modo che alla fine siano i romani a giudicarlo politicamente. Oppure si può aspettare che sia la magistratura, cambiando opinione o avendo nuove prove, a toglierlo dalla circolazione con un mandato di cattura. Nell'attesa non crollerebbe il mondo. Da noi, quando la pubblica ragione decide, non c'è né appello né misericordia. L’abbiamo visto per galantuomini incomparabili con Marino come il ministro Mancuso o il giudice Carnevale.

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