ANBI, rimane alto il rischio idroclimatico nel Mediterraneo secondo l’Osservatorio sulle Risorse Idriche
Vincenzi (ANBI): “Sono arrivate le attese piogge ristoratrici sulle aree meridionali del Paese, ma sarebbe miope esprimere solo soddisfazione”
ANBI, l’Osservatorio sulle Risorse Idriche riporta un temporaneo sollievo ma ricorda che il rischio idroclimatico nel Mediterraneo resta alto
Le tanto attese piogge sono finalmente arrivate sulle regioni meridionali dell’Italia, portando un temporaneo sollievo alla grave crisi idrica che ha caratterizzato l’inizio del 2025. Tuttavia, l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche lancia un monito chiaro: guai a illudersi, il rischio idroclimatico nel Mediterraneo resta altissimo.
“Sono arrivate le attese piogge ristoratrici sulle aree meridionali del Paese, ma sarebbe miope esprimere solo soddisfazione, perché a poca distanza dall’Italia, sul mar Egeo, l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici si è manifestata in tutta la forza devastatrice con cumulate pluviometriche di oltre 100 millimetri in 2 ore, accompagnate in Grecia da trombe marine (a Rodi e non solo), che hanno ingrossato repentinamente i corsi d’acqua nei distretti Sud-Orientali dell’Attica così come su alcune delle isole Cicladi, provocando esondazioni e trasformando le strade cittadine in fiumi impetuosi”: a ricordarlo è Francesco Vincenzi, Presidente di ANBI.
Anche in Italia, pur con effetti meno gravi, si sono registrati eventi meteo violenti sul litorale abruzzese, nel Gargano e in Calabria. La situazione è migliorata soprattutto nelle regioni adriatiche: in Abruzzo, la diga di Penne ha raggiunto 7,85 milioni di metri cubi, uno dei valori più alti del decennio. Nell’Alto Molise, l’invaso di Chiauci ha recuperato fino all’80% della sua capacità autorizzata.
In Puglia, nonostante un incremento di oltre 15 milioni di metri cubi negli invasi della Capitanata, le risorse disponibili restano drammaticamente basse: appena il 29% della capienza autorizzata, ben al di sotto del fabbisogno per avviare la stagione irrigua, che sarebbe dovuta iniziare il 1° marzo.
La Basilicata ha beneficiato di piogge costanti e non dannose, con un incremento di 17,5 milioni di metri cubi, ma è ancora lontana dai livelli necessari per fronteggiare la stagione estiva. In Sicilia, i bacini artificiali contengono 355 milioni di metri cubi, ma solo 212 milioni sono effettivamente utilizzabili, un dato inferiore al 2023.
La situazione è più stabile in Campania, con aumenti nei livelli dei fiumi principali, mentre Lazio e Umbria mostrano andamenti idrici contrastanti, con alcuni fiumi in calo e altri in ripresa. Le Marche hanno registrato piogge abbondanti che hanno migliorato la situazione degli invasi e dei corsi d’acqua.
Al Nord, le riserve idriche si mantengono su buoni livelli, in parte grazie alla neve accumulata. Tuttavia, si rileva una leggera diminuzione delle portate fluviali, soprattutto in Veneto e Piemonte. I grandi laghi, come il Lago di Garda e il Lago Maggiore, toccano livelli record, mentre il fiume Po mostra un progressivo calo delle portate, seppur ancora sopra la media stagionale.
“L’area mediterranea si conferma un hub della crisi climatica ed anche in questa occasione l’Italia è stata toccata da eventi estremi, fortunatamente di intensità minore, lungo la costa abruzzese meridionale (cumulate di oltre 100 millimetri in una decina di ore sul Vastese), sul Gargano e sul Vibonese, in Calabria. Se l’esperienza marchigiana di Falconara, dove l’efficientamento delle casse d’espansione ha evitato una nuova alluvione, dimostra che si può fare e che si sta facendo, è altresì vero che bisogna accelerare negli interventi infrastrutturali di prevenzione, perché il territorio è sempre più fragile per una serie di concause: dall’inarrestabile cementificazione al progressivo spopolamento delle aree interne fino all’innalzamento del livello del mare” aggiunge Massimo Gargano, Direttore Generale dell’ANBI.
Il messaggio dell’ANBI è chiaro: non basta la pioggia a risolvere una crisi sistemica. Servono investimenti, manutenzione, pianificazione e una visione a lungo termine per contrastare gli effetti del cambiamento climatico. Il Mediterraneo resta un’area ad altissimo rischio e l’Italia non può permettersi di essere impreparata.