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Delitto di Garlasco, Andrea Sempio e il timore di una nuova gogna mediatica. Tutti gli effetti 

In attesa delle analisi sul dna del sospettato resta la convinzione che la verità sulla morte di Chiara Poggi era ed è lontana. Parla la psicologa e criminologa Cristina Brasi

di Andrea Soglio

Il delitto di Garlasco tra verità e gogna mediatica

Siamo nel pieno delle novità sul delitto di Garlasco che riguardano la figura di Andrea Sempio, amico fidato della famiglia Poggi e soprattutto del fratello di Chiara, la vittima. Sembra infatti che il suo dna sia sotto le unghie della vittima.  Il giovane però si oppone ai sospetti che da giorni si sono sollevati contro di lui soprattutto sulla spinta di giornali e trasmissioni impegnate ogni giorno nel raccontare tutto quello che succede. Ci sono però delle conseguenze personali, come nel caso specifico, che rischiano di restare indelebili su chi viene sbattuto in prima pagina. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cristina Brasi, psicologa, criminologa e profiler. 

Il commento della psicologa Brasi 

"Nella società contemporanea è ormai noto come sia sempre più presente la necessità di apparire. In realtà, tale fenomeno, nasconde i bisogni di appartenenza, di stima e di auto-realizzazione o inconsci confitti narcisistici irrisolti. Chi mostra questo bisogno parrebbe vivere nella continua ricerca dell’approvazione o della contestazione degli altri, provando piacere e soddisfazione quando si parla di loro. Spesso alla base di questo comportamento vi è una bassa autostima che li porta ad avvertire la necessità di ricevere continue conferme per poterla alzare.

Ma cosa accade quando queste persone hanno un accesso mediatico e, nel loro bisogno di apparire, si trovano a coinvolgere terzi? È facile notare come accada sempre più spesso che i riflettori vengano accesi su casi ormai passati in giudicato, ultimo in ordine di tempo il caso di Garlasco in particolare sull'ultimo sospettato, Andrea Sempio.

Il problema non è il discutere di casi passati, ma quanto accade nel momento in cui l’attenzione viene posta su persone che, in precedenza, non sono state coinvolte nel processo mediatico. Parliamo di persone ormai adulte, che nel tempo possono avere costruito una famiglia e una carriera che, improvvisamente, si trovano al centro di gogne mediatiche. Terminato il periodo di attenzione al caso, i riflettori si spegneranno, ma la loro vita sarà distrutta da vicende che, con grande probabilità, le troveranno non solo innocenti, ma estranee, ma lo stigma sociale sarà ormai delineato. Si deve infatti considerare che, la presenza dei media, genera una serie di effetti, voluti o accidentali, di natura cognitiva, culturale, politica ed economica. Uno dei ruoli portanti che hanno finito per assumere è quello di contribuire profondamente a modellare, plasmare, configurare nel vissuto cognitivo e collettivo degli spettatori l’immagine di tutto ciò che propongono, a cui alludono o fanno riferimento.

Un altro elemento che andrà a costruire lo stigma sociale compete il trasferimento della giustizia dalle aule dei tribunali alle redazioni di giornali e televisioni. La società della comunicazione e dello spettacolo ha regole che spesso e volentieri male si coniugano con una trattazione scientifica o specialistica della materia. Qualunque oggetto venga offerto al pubblico rischia di evaporare sotto la necessità di audience che semplifica il messaggio sino a ridurlo a banalità o ad alternativa secca tra condivisione o meno di una determinata tesi. La linea bene-male si rivela così provvisoria e instabile, addirittura sottomessa a clamorosi rovesciamenti di fronte. Il mostro si riabilita mentre il buono, che poi tanto buono non è, finisce schiacciato dal sistema che egli stesso ha imbastito".

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