Culture
"Un giorno devi andare", Jasmine Trinca cerca se stessa ai confini del mondo






di Stefania Pizzi

Una Jasmine Trinca scavata e dimagrita è Augusta, protagonista dell’ultimo lavoro di Giorgio Diritti sfilato allo scorso Sundance Festival 2011. Essa è una donna alla ricerca di sé dopo la scomparsa del padre, e soprattutto in seguito alla perdita del bimbo che portava in grembo e all’abbandono del compagno. Decide di andare in Brasile con suor Franca, una missionaria, per perdersi sperando di ritrovarsi: dopo un breve periodo trascorso insieme nel quale Augusta vaga in totale confusione e turbamento esistenziali, ella prosegue il proprio viaggio da sola alla ricerca di Dio, di senso, di sé.
Dopo aver svelato senza ritrosia a suor Franca tutti i suoi dubbi su Dio, sulla Fede (è forte la secca affermazione “questa Chiesa non fa più per me”), Augusta si imbarca verso Manaus per andare a vivere a casa di una donna precedentemente conosciuta, insieme alla sua numerosa famiglia allargata, nella quale la donna si inserirà e condividerà gioie e dolori. La vita scorre in baracche oltre i limiti del degrado, ma Augusta sembra ritrovare un senso ed un minimo di equilibrio attraverso il fare con i bambini e gli adulti che la circondano. La solidarietà intensa laddove regna la povertà, il reciproco conoscersi e accettarsi nelle proprie diversità è un filo doppio che si spezza quando il piccolino di casa misteriosamente e atrocemente ‘scompare’: lo spettatore assiste alla scena più cruda del film quando il compagno disoccupato vende il bambino ad un losco trafficante di vite. La giovanissima ragazza - madre, credendolo morto, fugge dal proprio dolore e approda in un convento di monache in Trentino. Augusta non regge e si rifugia con una canoa in un’isola, trascorrendo un lungo periodo di smarrimento profondo e di prostrazione fisica e spirituale in totale isolamento.
Il regista riprende il viaggio di Augusta intercalandolo, a volte con ritmo incalzante, ad immagini contemporanee della vita di sua madre in Italia, donna depressa e sola in spasmodica attesa di segnali dalla figlia che non arrivano. Essa si sente abbandonata e inutile, e deve inoltre prendersi cura di una vecchia madre dura e restia ad ogni tipo di aiuto: lo sguardo di Augusta e quello della mamma sono, sin dall’inizio del racconto, persi nel vuoto, sofferenti e specchio di un dolore che pare scolpito nelle loro anime. Un giorno devi andare è un film di gesti, di sguardi, di silenzio e di immagini gravi, contenitori di significato oltre ogni spazio verbale, ma entro ogni mente/occhio di spettatore. La splendida fotografia, ricca di immagini rivelanti un magnifico Rio delle Amazzoni e un misero mondo di favelas, arricchisce questa ottima prova registica, dopo gli apprezzati Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà.
Jasmine Trinca assume con bravura e sensibilità marcate i panni di una donna spoglia e semplice esteriormente, ma complessa e contorta interiormente. Il senso di interrogativo irrisolto risuona forte tanto alla fine del film, quanto dentro lo spettatore.