Milano

A Milano serve un riformismo radicale

Qualsiasi forza politica che si voglia presentare alle elezioni deve dimostrare innanzitutto una cosa: concretezza. Non se ne può più dei buoni propositi. Il commento

di Enrico Maria Pedrelli

A Milano serve un riformismo radicale

Riformisti milanesi verso l'appuntamento elettorale del 2027. Prosegue su Affaritaliani.it il dibattito avviato da Piervito Antoniazzi di Demos. Nelle scorse puntate sono intervenuti Massimo Ferlini, Associazione Remade in Italy, e Anna Catasta, Centro Studi Caldara, Mauro Vaiani, segretario di Autonomie e Ambiente (rete italiana referente di Alleanza Libera Europea), Giacomo D'Alfonso (Circolo Caldara). Oggi l'intervento di Enrico Maria Pedrelli (Adesso!): "Ci vorrebbe un riformismo radicale vero, non quello del giorno del poi e dell’anno del mai"

È come nel paradosso del lampione di Watzlawick: un tizio perde le chiavi a notte fonda, è tutto buio, non vede niente; quindi, decide di andarle a cercare sotto un lampione solitario un isolato più in là, perché almeno lì c’è luce! Quando si parla di partecipazione politica e di “cose” nuove, siamo tutti vittime di questo paradosso.

Cerchiamo interpretazioni all’astensionismo e alla disaffezione sulla base dei fatti noti e conosciuti, a noi che dentro la politica ci siamo, ma siamo circondati dal buio. Ci sarebbero fior fiore di sociologi e ricercatori umanistici che (con i nostri soldi) ci potrebbero spiegare cosa ci sta accadendo, ma i più noti sono impegnati in altro: vorrà dire che ce lo faremo dire dagli storici quando saremo vecchi…

L'opacità del sistema del potere

Intanto però qualcosa dobbiamo fare, e partire da Milano è perfetto. Con Adesso! mi è capitato di sperimentare quanto qui il sistema del potere municipale (limitiamoci a quello), sia opaco. Massimo Ferlini su questo quotidiano ha spiegato bene perché, e io vorrei aggiungere un fattore: non si capisce chi decide cosa, e quelle poche decisioni passano da un percorso di causa-effetto lunghissimo e molto difficile da comprendere. Insomma, noi dovremmo andare dai cittadini a spiegare come potremmo risolvere i loro problemi, ma gli strumenti con cui-fare-cosa non sono chiari a nessuno, e nessuno sa se anche il più banale processo decisionale di un consiglio comunale avrà poi un effetto reale.

Faccio un esempio? Il Consiglio votò una mozione, proposta dal consigliere Nahum, che impegnava il Comune ad applicare nei propri bandi e appalti un salario minimo dignitoso. Era il 2023, ma dopo due anni i fatti di cronaca sono noti a tutti, e le cooperative sociali battono cassa perché non vengono recepiti nemmeno gli aumenti dei contratti collettivi nazionali.  Molto difficile interessare le persone alla politica se tanto bla bla bla mediatico, belle parole, mozioni e votazioni non servono a nulla. Se così stanno le cose, votare è davvero una perdita di tempo.

Anche noi abbiamo fatto una proposta su un salario minimo cittadino. L’abbiamo fatta nella migliore tradizione riformista: puro socialismo municipale. Milano che dà un segnale al resto d’Italia, che guida il centrosinistra fuori dal cul-de-sac in cui si è messo su questo tema, che dà un segnale forte e concreto alle persone in difficoltà. Fatta la ricerca con tutti i professori di diritto di lavoro delle università milanesi, pronti i dati, le evidenze, bussato a tutte le porte: nulla. I più gentili ci hanno detto proprio di no, e persino i sindacati (a parte la UIL, va detto) preferiscono parlare d’altro che di stipendi. Ma se non fanno la contrattazione territoriale, a che servono i livelli locali?

La necessità di una politica concreta: no a civismi già visti

Penso allora che qualsiasi forza politica che si voglia presentare alle elezioni debba dimostrare innanzitutto una cosa: concretezza. Cosa farò se sarò eletto, ma cosa sto facendo intanto per te. Perché dei buoni propositi non se ne può proprio più. Condivido anche le critiche fatte da Giacomo D’Alfonsoocchio a quel civismo “già visto”, il cui il rischio è essere un mero elemento del “PD diffuso” aggiungo io.

Sto rileggendo Alessandro Schiavi, figura importantissima del riformismo milanese, tanto importante quanto dimenticata: incredibile vedere come il problema casa sia identico al passato – le alchimie, del resto, sono sempre le stesse – ma la soluzione proposta era un mix di cose fatte e cose da fare. Le cose fatte erano i meravigliosi progetti della Società Umanitaria, le cose da fare erano la prima città giardino di Milanino. Attenzione agli standard di vita, alla bellezza, cosa prendere di esempio dall’estero. Ora è tutto uno spacchettamento di deleghe, piani casa annunciati ogni giorno e usati come clava contro chi invece vuole far emergere il tema del lavoro povero.

Ci vorrebbe una grande alleanza per il cambiamento, mettendo insieme chi già sta facendo – in una Milano vivissima anche dal punto di vista sociale, generosa, operosa, cooperativa. E ci vorrebbe un riformismo radicale vero, non quello del giorno del poi e dell’anno del mai. Perché se stai bene ti puoi permettere di aspettare, se stai male le cose le vuoi adesso, e voti di conseguenza.

Enrico Maria Pedrelli
Adesso!







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