Patrick Zaki: "Eravamo in 40 in una cella. Bisognava dormire tutti sul fianco"
L'attivista per i diritti civili si racconta. "Ai controlli all'aeroporto mi dissero: dobbiamo verificare il suo nome. Così è cominciato il mio incubo..."
Patrick Zaki: "La radiolina di un prigioniero mi ha salvato la vita"
Patrick Zaki è uscito dalla prigione dopo 22 mesi di carcere in Egitto. Dall’8 dicembre 22021 è in libertà provvisoria. Trent’anni, attivista per i diritti civili e studente dell’Università di Bologna, è stato arrestato il 7 febbraio 2020 al rientro al Cairo. "Quando arrivai all’aeroporto, al controllo passaporti, - racconta in un suo articolo su 7, l'inserto del Corriere della Sera - l’agente responsabile di dichiarazioni e timbri mi fermò e mi chiese di aspettare perché sembrava che ci fosse una confusione tra il mio nome e quello di un altro. Fu un momento surreale, perché sapevo ciò che sarebbe seguito ma nello stesso tempo la scusa dell’agente era così ingenua da risultarmi un po’ ridicola".
"Passarono parecchi giorni, non so esattamente quanti, - prosegue Zaki nel suo primo articolo per l'inserto del Corriere - e venni trasferito dalla stazione di polizia di Mansoura al complesso carcerario di Talkha, in una cella che ospitava più di 40 persone. Non erano detenuti politici ma comuni, ognuno aveva commesso un reato: tra loro: renitenti alla leva, bambini di strada, spacciatori e anche qualcuno che aveva mancato di pagare gli alimenti. Non c’era modo di sedersi. In quel posto bisognava dormire su un fianco, in modo che tutti avessero un poco più di spazio. Mi ha salvato il calcio. Ero in cella con un uomo irritato dalla mia presenza ma che aveva una radiolina da cui ascoltare le partite. Sono un grande tifoso della squadra egiziana dello Zamalek. Il calcio mi ha salvato la vita".