Economia

La crisi tedesca è la crisi sistemica della UE che, o cambia o sarà schiacciata da USA, Russia e Cina

Negli ultimi 3 anni di forte rallentamento economico, la Germania ha mantenuto il deficit al di sotto del limite europeo del 3% del PIL

di Matteo Castagna

Il risultato è che questa UE, se non si sveglia, come ha detto persino Mario Draghi, rischia di chiudere baracca e burattini

 

Elezioni in Germania, quella che fu la locomotiva d'Europa. Oggi l’economia arranca, l’energia e la difesa costano, e una guerra commerciale (con la Cina, con gli Stati Uniti, o con entrambi) potrebbe avvicinarsi, scontrandosi con il debito pubblico tedesco.

Le rigide regole di bilancio, negli ultimi due decenni, sono conosciute col nome di Schwarze Null (“o nero, o zero”: nessun segno rosso nel bilancio). Esse prevedono un limite del deficit strutturale allo 0,35% del PIL e sono state il caposaldo della politica economica tedesca nell’era Merkel.

Anche negli ultimi 3 anni di forte rallentamento economico, la Germania ha mantenuto il deficit al di sotto del limite europeo del 3% del PIL. Così facendo, tra il 2022 e quest’anno ha rinunciato a circa 150 miliardi di euro di spazio fiscale che le avrebbero permesso di far fronte, almeno in parte, al momento di crisi che attraversa. Una cifra grande più del doppio rispetto ai Paesi Bassi, che si ferma a 80 miliardi, e ben diversa rispetto agli eccessi di spesa di Italia, Francia e Polonia.

Ma il dogma dell’austerità fiscale è ancora oggi al centro del dibattito politico tedesco. Si può dire che il voto anticipato di domenica sia stato diretta conseguenza dello scontro tra l’attuale cancelliere socialista Scholz, che puntava a rilassare le regole di bilancio, e le posizioni intransigenti della FDP, l’alleato di governo liberaldemocratico, sostiene ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Merz, il leader della CDU al momento in testa ai sondaggi, sembra criticare l'austerità permanente. Le proposte economiche del suo partito, tuttavia, propendono ancora più per riallocazioni di spesa all’interno del bilancio federale che per maggiori spese tout court. Una contraddizione che la Germania dovrà risolvere, se vuole trovare più risorse per cercare di rilanciare un’economia, ormai da troppo tempo in panne, secondo i corretti ragionamenti degli analisti di ISPI.
 
Per la guerra in Ucraina, la Germania ha speso 80 miliardi di euro lo scorso anno. Cifra enorme, aspramente criticata dal popolo e dagli osservatori indipendenti. "Portare la spesa militare al 3%, come proposto sia dal presidente statunitense che dal segretario generale della NATO Mark Rutte, significherebbe non solo aggiungere più o meno altri 40 miliardi, ma trovare anche le giustificazioni ideologiche per farlo", sostiene sempre l'ISPI.
 
Le sanzioni al gas russo sono state una batosta per chi le ha imposte, più che per chi le ha subite. Questo paradosso si spiega col semplice fatto che geograficamente la comodità del suo afflusso lo rendeva sostanzialmente l'unico per la GermaniaAncora oggi la “dipendenza” di Italia e Germania dal gas naturale è molto evidente: l’Italia lo utilizza per il 35% di tutti i suoi consumi energetici, mentre la Germania per il 24%. Sono cifre ben superiori rispetto al 14% francese (in cui il nucleare soddisfa il 35% della domanda).
 

Trascorse le fasi più acute della crisi energetica nel 2022-2023, il new normal per l’Europa prevede comunque dei prezzi del gas di 2-3 volte superiori rispetto ai livelli pre-invasione, e 5-6 volte più alti di quelli degli Stati Uniti. E' evidente che la gente, di fronte a questo ed alla crisi industriale, soprattutto automobilistica, veda con favore alle proposte di stampo identitario e sovranista di AfD, che si collegano, come ampiamente spiegato da Elon Musk, con gli interessi americani dell'amministrazione Trump. I tre partiti di governo (CDU/CSU, Verdi, SPD) hanno perso moltissimo consenso e sono solo al 30% tutti assieme. 

 
Se questi dati dovessero essere confermati dalle urne, potrebbe crearsi un'instabilità politica di non poco conto, anche perché nessuno di questa compagine vuole coinvolgere l'estrema destra, data oltre il 20% né l'estrema sinistra di Linke ed altri, che non si sa se riusciranno a superare lo sbarramento.
 
In questo contesto la Germania, la Francia, la Spagna sono nettamente in crisi politica ed economica, quindi l'impalcatura europeista rischia di crollare presto sotto i colpi dello storico alleato statunitense, guidato da Donald Trump. 
 
Francesco Petroni su Limes spiega correttamente che quella in Ucraina è "una guerra che gli Stati Uniti non hanno mai voluto vincere. E usare la spartizione dell’Ucraina come innesco della normalizzazione con la Russia. Obiettivo finale: allentare (non sciogliere) la strana coppia con la Cina, dando a Putin un’alternativa a finire sotto Pechino. Autentica svolta che richiede una terapia brutale nei confronti degli europei. Per imporre un messaggio: la Russia non è più il nemico".


Ogni avvenimento dell’ultima settimana va in questa direzione, al di sotto della studiata violenza verbale per scioccare gli spettatori e assumere l’iniziativa, anche nei confronti dei russi. Le spallate di Trump e dei suoi alleati di governo sono tutti messaggi diretti a Mosca. Non per segnalare un’inesistente intesa ideologica, come vorrebbero far credere a sinistra, montando "casi" che non sono ben compresi né dai russi né dagli americani ma per marcare una netta cesura con la classe dirigente precedente. Lavrov è rimasto impressionato dalla reazione isterica di Macron e Scholz davanti al fatto che due superpotenze si parlino per risolvere un conflitto e ha ironizzato, dicendo che "questa gente non sta bene"... 

Limes sintetizza: "anzitutto gli Stati Uniti hanno avviato una trattativa non limitata alla sola Ucraina, ma centrata sulla rilegittimazione di Mosca. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di «cooperazione geopolitica ed economica» come premio per la conclusione della mattanza ucraina. Dopo il traguardo, c’è la promessa dello stop alle sanzioni e persino di investimenti diretti americani, che i russi vorrebbero convogliare nell’Artico...
". 

 
Il risultato è che questa UE, se non si sveglia, come ha detto persino Mario Draghi, prima al Financial Times e, poi, molto schiettamente ai parlamentari europei, rischia di chiudere baracca e burattini perché ancora legata a vecchi schemi, ampiamente superati e ideologici, mentre Russia, USA e Cina, almeno a livello internazionale sembrano molto più pragmatiche e realistiche.