Economia

Pensioni, "Incentivi in manovra per rimanere al lavoro? Senza senso. Alzare gli assegni minimi? Così si incoraggia l'evasione"

di Rosa Nasti

La Manovra non cambierà significativamente le pensioni, ma apporterà aggiustamenti per chi continua a lavorare. L'intervista all'economista ed ex parlamentare Giuliano Cazzola

Pensioni, incentivi e bonus Maroni. Parla Cazzola: "Il governo promuove l'ingresso dei giovani ma prolunga il lavoro fino a 70 anni. Quota 41? Misura stupida" 

Il sogno della riforma pensionistica tanto sbandierato in campagna elettorale sembra destinato a restare nel cassetto, almeno per ora. Il governo conferma la linea della continuità, puntando su incentivi piuttosto che su un ribaltamento delle regole attuali. Niente abolizione della Legge Fornero, niente Quota 41. Al loro posto, misure più flessibili come Ape sociale, Opzione Donna e Quota 103, che verranno prorogate anche per il 2025.

Ma l’incentivo per restare al lavoro è la novità più interessante: un sistema che premia chi, nonostante abbia raggiunto l’età pensionabile, decide di continuare a lavorare. Un tentativo di limitare i costi dello Stato, in un periodo di bilanci sempre più magri. Anche il “bonus Maroni” torna sulla scena. Mentre per i dipendenti pubblici, cade l’obbligo di pensionamento al raggiungimento dell’età massima, permettendo loro di lavorare fino a 70 anni.

Misure che sembrano, in fin dei conti, fare leva più sulla necessità di contenere la spesa che su una reale volontà di riforma strutturale. Affaritaliani.it ha approfondito la questione con Giuliano Cazzola, economista, ex sindacalista e parlamentare.

Il governo ha spesso parlato di una riforma pensionistica. Perché, nonostante le promesse elettorali, non è stata abolita la Legge Fornero né introdotta Quota 41?

Giorgetti, da tempo, non parla più di superare la Legge Fornero: è sempre stato Salvini a insistere su questo tema. Anche quando era presidente della Commissione Bilancio, Giorgetti ha mantenuto un atteggiamento più prudente e meno da "sparafucile". L'anno scorso ha anche scoperchiato una verità scomoda: con l'attuale andamento demografico, una riforma delle pensioni è insostenibile. Ha detto una cosa ovvia, ma che nessuno affrontava: il vero problema è proprio il calo demografico.

Per me, Quota 41 è una misura sbagliata e forse addirittura stupida. Oggi è già possibile andare in pensione con 41 anni di contributi, in determinate condizioni familiari, lavorative e occupazionali, come previsto dall'Ape sociale o per chi ha svolto lavori gravosi, oppure per i lavoratori precoci, che hanno lavorato almeno 12 mesi prima dei 19 anni. Quindi, chi ha un bisogno concreto può già andare in pensione con 41 anni di anzianità e ricevere la pensione che ha maturato. Concedere il pensionamento a 41 anni con il calcolo contributivo, quindi con una riduzione della pensione, mi sembra una decisione inutile e poco sensata.

Inoltre, andare in pensione con 41 anni di anzianità, quando oggi ci si va con 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, con l'intera pensione, anche questa mi sembra una cosa che non sta in piedi. Quota 41, se applicata ora, diventa uno sconto per chi va in pensione subito, ma una penalizzazione per chi dovrà andarci in futuro. I baby boomer che oggi vanno in pensione senza difficoltà, grazie ai requisiti ordinari, saranno avvantaggiati, mentre le generazioni future, che faticheranno a raggiungere i 41 anni di contributi, pagheranno il conto. Un giovane oggi teme meno un innalzamento dell’età pensionabile (rispetto ai 67 anni attuali), piuttosto che l’impossibilità di maturare 41 anni di contributi.

Gli incentivi per restare al lavoro oltre l’età pensionabile sono davvero efficaci o sono un tentativo di mascherare l’impossibilità di offrire vere riforme pensionistiche?

Chi già aveva intenzione di restare oltre l’età pensionabile lo sapeva anche prima dell’introduzione di questi incentivi, e poi c'è già un sistema contributivo in vigore. In attesa di capire come saranno strutturati questi incentivi, l'esperienza insegna che, quando vengono introdotti, ad approfittarne sono spesso coloro che sarebbero comunque rimasti a lavorare. Oggi tutti i lavoratori italiani hanno accumulato almeno 12 anni di contributi nel sistema contributivo, che già di per sé è incentivante. Più si rimane al lavoro, più aumenta il montante contributivo, garantendo una pensione più alta. Questo meccanismo è già di per sé un incentivo a restare in attività, e non credo che l'introduzione di ulteriori incentivi aggiunga molto a quanto già previsto.

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Molti dipendenti pubblici potrebbero essere tentati di rimanere in servizio fino a 70 anni. Non crede che questo rischi di diventare un boomerang, riducendo il turnover e ostacolando l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro?

Non capisco bene la questione del pubblico impiego, perché, con l'introduzione della parte contributiva, non c'è più il vincolo dei 67 anni: si può già restare al lavoro oltre quell'età. Questa possibilità esiste già. In passato, nel pubblico impiego, si è fatto di tutto, con politiche che hanno persino costretto molti dipendenti, che avevano maturato i requisiti di anzianità, ad andare in pensione. Il governo parla di misure per favorire l'ingresso dei giovani, ma allo stesso tempo estende la possibilità di rimanere al lavoro fino a 70 anni: mi sembra una contraddizione, soprattutto considerando le scelte fatte in passato.

Il "bonus Maroni" aveva avuto scarse adesioni in passato. Perché riproporlo ora?

Il governo nel 2024 ha deciso di chiamarlo "bonus Maroni" per onorarlo, ma ci sono delle differenze sostanziali rispetto all'originale. Il bonus Maroni di Giorgetti è un'esenzione del 9% sui contributi a carico del lavoratore, mentre quello introdotto da Maroni nel 2003 era molto più vantaggioso: il 33% esentasse, portando il beneficio reale al 40-45% per molti impiegati, che in pratica si fecero una vera fortuna. Non credo che il governo attuale possa replicare un'operazione di tale portata, e comunque non ha senso esagerare con gli incentivi.

Per gli assegni minimi si parla di "piccole" rivalutazioni. Basteranno a sventare il peso dell'inflazione?

In passato, le rivalutazioni erano molto alte, come nel caso del 110%, che era un superbonus per le pensioni minime. Oggi, però, l'inflazione è scesa sotto il 2%. Aumentare molto le pensioni minime non sembra convincente, perché si rischia di avere persone con pensioni minime che non pagano più i contributi, finendo per essere incoraggiate a evadere.