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Politica
"Non è in gioco la leadership del Pd". Referendum, Zingaretti fiuta il rischio

 


Nicola Zingaretti prepara la relazione con cui chiedera' alla Direzione Pd di sposare la linea del Si' al referendum, forte della legge elettorale e delle riforme entrate nel calendario dell'aula di Montecitorio. Ma il segretario dem non puo' ancora tirare il fiato, perche' il clima nel partito continua ad essere incandescente, e si trova costretto a difendersi da chi ipotizza un 'terremoto' nel Pd in caso di sconfitta alle urne: "La mia leadership non e' in discussione", scandisce al fianco del candidato sindaco di Venezia, Pier Paolo Baretta. Il Pd sente di poter camminare sul velluto solo in Campania, mentre Puglia, Marche, Liguria, Valle D'Aosta, Veneto e anche in Toscana la partita e' tutta da giocare. Una incertezza che, come spesso avviene, sta creando timori e sospetti anche fra i gruppi parlamentari. Deriverebbe da questo, spiega una fonte parlamentare, la ricostruzione che vuole il governatore dell'Emilia, Stefano Bonaccini, pronto ad approfittare di una sconfitta nelle regioni per subentrare a Nicola Zingaretti, con la complicita' di pezzi di partito e, addirittura di Matteo Renzi, interessati a scardinare il rapporto con i Cinque Stelle: "Si tratta di ipotesi e deduzioni molto forzate che si basano su alcuni fatti: la forza di Stefano Bonaccini, da una parte, e gli ostacoli che sta incontrando Zingaretti dall'altra". Ostacoli segnalati dallo stesso segretario nella lettera in cui si diceva "stufo delle ipocrisie" e invitava: "Chi vuole votare, lo dica" con l'ultimo riferimento alle ragioni del No usate "come clava contro il Partito Democratico". Certo, viene spiegato, una sconfitta alle Regionali rappresenterebbe un duro colpo per la segreteria, ma da qui a ipotizzare un passo indietro di Zingaretti ce ne passa. E, anche se fosse, ne deriverebbe un periodo di reggenza di Andrea Orlando e l'indizione del congresso. Insomma, un processo lungo dagli esiti difficili da prevedere. Che Bonaccini possa essere in futuro il maggior competitor di Zingaretti non sfugge a nessuno, ma ipotizzare una accelerazione di questo tipo viene considerato avventato. La calendarizzazione della legge elettorale e dei correttivi istituzionali al taglio dei parlamentari, poi, non spegne le voci critiche che provengono dal 'fronte del No'.

Come quella di Giorgio Gori, che oggi ribadisce di non volere la fine del governo, "ma il Pd non puo' sottostare alla bandierona populista dei % Stelle", ovvero il taglio dei parlamentari. O la voce di Matteo Orfini per il quale, a tre settimane dal voto, e' evidente che non ci sara' ne' la riforma elettorale ne' i correttivi istituzionali e il timing fissato dalla capigruppo della Camera "non cambia assolutamente nulla. Calendarizzazione non significa nulla dopo un anno senza fare niente. E senza un accordo sul merito della legge. Di che stiamo parlando?". Per lo stato maggiore dem, tuttavia, il fatto che ci sia una data per la discussione delle riforme in campo e' gia' una garanzia sufficiente dell'impegno della maggioranza a rispettare i punti del patto. "Ho riaperto una battaglia politica perche' tutti siano leali con gli impegni presi, dei segnali ci sono stati, si e' riaperto il cantiere delle riforme e anche questo e' un fatto positivo che io rivendico come una battaglia del Pd", sottolinea Zingaretti. Una posizione che vede tutte le aree del partito a sostegno della segreteria in questo percorso di riforme cosi' come prevedeva l'ordine del giorno votato nell'ultima assemblea di febbraio. "La riduzione dei Parlamentari e' solo un primo tassello molto parziale di un necessario processo complessivo di riforme", si leggeva in quell'odg: "Il Pd lavorera' attivamente dopo il referendum anche per il completamento delle proposte il cui indice e' presente nell'accordo di maggioranza, rispetto alla riforma del rapporto fiduciario che va ripensato anche alla luce della nuova legge elettorale e a forme di differenziazione del bicameralismo che consentano anche di limitare i conflitti con gli enti territoriali". La crisi sanitaria porto' allo slittamento dell'appuntamento con le urne ma - fa rilevare un esponente di primo piano - a febbraio l'assemblea dem era gia' consapevole che le riforme e i correttivi sarebbero stati oggetto di un lavoro successivo al referendum. E quanto alle obiezioni sulla presunta delegittimazione del Parlamento conseguente al taglio degli eletti, c'e' chi ricorda che in quello stesso odg si leggeva, tra le altre cose: "Rigettiamo la posizione infondata secondo cui una volta approvata la riduzione il Parlamento sarebbe delegittimato. Il Parlamento si legittima costantemente con la propria capacita' di riforme, anche sul piano istituzionale per tornare a votare alla scadenza che la Costituzione indica come fisiologica con istituzioni rinnovate".

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