Culture
“A Different Man”: il doppio volto dell’identità nel cinema contemporaneo
Film d’autore, premi Oscar e molti incontri al Cinema Gabbiano di Senigallia

Con A Different Man, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2024 e distribuito nelle sale italiane a inizio 2025, il regista Aaron Schimberg firma una pellicola inquietante, originale e profondamente stratificata, che si muove abilmente tra i confini del dramma psicologico, della satira identitaria e dell’horror esistenziale. Il film, interpretato da un sorprendente Sebastian Stan vincitore del Golden Globe come Miglior Attore Protagonista, affiancato da Renate Reinsve e Adam Pearson, si impone come un'opera singolare nel panorama cinematografico recente, tanto per la sua forma estetica quanto per le sue implicazioni filosofiche.

Abbiamo visto il film al Cinema Gabbiano di Senigallia, sempre attento alle opere non mainstream, oltre a proporre i titoli pluripremiati del momento. Questa settimana il cinema accoglie subito Le
assaggiatrici, di cui vi parleremo in un prossimo articolo, insieme a La città proibita che la scorsa domenica ha visto ospite il regista Mainetti, Pino di
Lettieri a partire dal 31 marzo e un ritorno eccezionale di tre giorni – 28-29-30 marzo – per il documentario vincitore dell’Oscar No other land. Conclude la carrellata di film No
more trouble – Cosa rimane di una tempesta, mentre anticipiamo già che è sold out l’incontro di giovedì 3 aprile con Luca Zingaretti, regista di La casa degli sguardi
tratto dall’omonimo romanzo di Daniele
Mencarelli.
Venerdì 28 marzo l’appuntamento in sala al Cinema Gabbiano è con Tommaso Romanelli, regista di No more troubles, che si è ispirato alla vita e alla storia avventurosa di Giovanni Soldini:
quest’ultimo sarà in diretta video sempre il 28 marzo, alle 21.15, al termine della proiezione.
Ma torniamo a A different man, altro lavoro d’autore scelto dal Gabbiano per i suoi spettatori.
La pellicola, della durata di 112 minuti, è stata realizzata da A24, casa di produzione americana nota per il suo gusto anticonvenzionale e per l’audacia delle sue scelte artistiche. A Different Man è scritto dallo stesso Schimberg, già noto per il precedente Chained for Life, e si inscrive nel solco di un cinema d’autore che riflette sulle dinamiche della rappresentazione e dell’identità. Girato a New York, il film utilizza il realismo urbano come sfondo per un racconto che sfida ogni aspettativa, fondendo i linguaggi del teatro, del metacinema e del body horror.
Il protagonista, Edward, è un aspirante attore affetto da una grave deformazione facciale, che vive in una solitudine claustrofobica e trova conforto solo nella speranza di un riscatto personale. Quando un intervento chirurgico sperimentale lo trasforma fisicamente in un uomo "normale", Edward cambia identità e assume il nome di Guy. Ma il destino beffardo lo mette davanti a un’opera teatrale che racconta la sua vecchia vita, scritta dalla vicina di casa (Reinsve), la quale si ispira proprio alla sua precedente condizione. A interpretare il "vecchio" Edward è un attore realmente affetto da neurofibromatosi, interpretato con intensa verità da Adam Pearson, attivista e performer britannico già visto in Under the Skin.

A Different Man è un film sull’alienazione, sulla metamorfosi e sull’ossessione per l’apparenza, ma è anche una riflessione tagliente sull'industria dell’intrattenimento e sulla mercificazione del dolore altrui. Il protagonista, pur ottenendo ciò che ha sempre desiderato – un aspetto “accettabile” – si ritrova paradossalmente più escluso di prima, prigioniero di un’identità che non gli appartiene più.
La chirurgia diventa metafora di un’identità ricostruita ma non riconciliata, mentre il teatro assume la funzione di specchio deformante della realtà, capace di esporre senza pietà le
contraddizioni dell’essere. In questa danza grottesca tra il sé autentico e quello socialmente accettabile, Schimberg disegna un universo in cui il concetto di "normalità" viene messo in discussione fino alle sue
fondamenta.
Aaron Schimberg costruisce la narrazione con uno stile asciutto, a tratti volutamente disorientante. La regia si muove tra inquadrature statiche, ambienti opprimenti e un uso della luce che sottolinea l’instabilità emotiva del
protagonista. I rimandi vanno da David Cronenberg, per l’elemento corporeo disturbante, a Charlie Kaufman, per la dimensione metanarrativa e l’esplorazione dell’identità come costrutto. Non mancano
suggestioni da Todd Solondz e Lars von Trier, soprattutto nell’analisi impietosa dei rapporti umani e nella volontà di scuotere lo spettatore.

La sceneggiatura, scritta con precisione chirurgica, è il frutto di un lungo percorso personale dello stesso Schimberg, affetto da una disabilità facciale, che ha dichiarato di aver iniziato a lavorare al film come
risposta all’ipocrisia di un’industria che vuole essere inclusiva, ma spesso non lo è davvero.
Il titolo stesso, A Different Man, suggerisce una molteplicità di interpretazioni: Edward è davvero diventato un altro uomo? O è solo un simulacro del suo passato? Il film gioca continuamente con il concetto di
rappresentazione: chi siamo veramente? Quello che gli altri vedono, o ciò che nascondiamo sotto la pelle? In tal senso, il racconto si fa anche riflessione sull’arte come violazione, sullo sguardo altrui come violenza,
sulla vulnerabilità come spettacolo.
La duplicazione dell’identità – Edward/Guy, attore/personaggio – assume i tratti di una condanna, ma anche di una vertiginosa esplorazione dell’umano. La trasformazione fisica, lungi dall’essere liberatoria,
diventa un labirinto morale da cui è impossibile uscire indenni.
In un’intervista rilasciata a The Hollywood Reporter, Sebastian Stan ha raccontato: "Interpretare Edward è stato come guardarsi allo specchio e non riconoscersi. Ho dovuto disimparare tutto ciò
che sapevo sulla performance. Il trucco prostetico mi ha aiutato a entrare nel personaggio, ma è stato il disagio a guidarmi davvero."
Il regista, in un dialogo con Variety, ha invece dichiarato: "Non volevo fare un film sul superamento della disabilità, ma sull’impossibilità di accettarsi quando la società ha già
deciso cosa sei. Il vero orrore, in questa storia, non è il volto sfigurato, ma lo sguardo di chi ti guarda".
A Different Man è un’opera complessa, disturbante, provocatoria. Un film che non cerca l’approvazione, ma il confronto. Schimberg firma un racconto disturbante e necessario, capace di scuotere lo spettatore con la forza silenziosa della verità; un viaggio nel cuore oscuro dell’identità contemporanea, dove ogni maschera è una condanna e ogni verità un'altra finzione.