Culture
60° anno accademico in Salento: rifondare patto università-territorio

di Alessandra Peluso
Colazione di benvenuto e successivamente full-immersion in una giornata d'impatto per Lecce e per l'Italia, affinché si consolidi un'Università unica, unita, se pur costituita da atenei differenti, senza alcun divario tra Nord e Sud. È questo che ha risposto il Presidente CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), rettore anche dell'università di Bergamo, Stefano Paleari, alla mia domanda, ed è ciò che sarebbe bello accadesse concretamente: unità, dunque.
La vera rivoluzione oggi è garantire l'equilibrio; nessuna rivoluzione si vince con gli estremismi, aggiunge, nella “Lectio magistralis”, Paleari. L'Università ha bisogno di un suo modello, di internazionalizzazione che consiste nel richiamare studenti stranieri, e s'intende con questo non solo integrazione della lingua, ma anche nuovi percorsi formativi, ricerca, assegni, dottorato di ricerca che garantiscano, pertanto, formazione e sostegno ai giovani (rettore Uni-Salento Vincenzo Zara).
Parla alle autorità religiose, alle autorità militari, politiche, ai docenti, agli studenti, con entusiasmo ed enfasi il rettore Zara, evidenziando prospettive di sviluppo per l'ateneo salentino, la necessità di rifondare il patto università-territorio e raggiungere la missione, che non implica soltanto sviluppo tecnologico e innovativo, ma un intero potenziamento nella sua globalità, fornendo una chiara chiave di codifica, perché l'università siamo noi: persone animate da passione ed entusiasmo, che creano un legame con l'intera comunità.
C'è l'esigenza conclamata di stabilire il patto con il territorio, valorizzare ciò che si fa e offrire allo stesso nuove competenze, per sviluppare un percorso congiunto, aiutati certamente da riforme che seguano un iter più semplice e produttivo al fine del raggiungimento di ottimi risultati. E inoltre, maggiore attrattività per l'università salentina.
Si avverte la speranza di una continua crescita di quest'ultima, valorizzando anche la cultura umanistica. E a tal proposito, il rettore Zara sostiene che si stia operando in tale senso, sviluppando il polo brindisino, per incrementare, dunque, il lato umanistico-sociale delle possibilità.
Ecco che, è chiaro, o forse dovrebbe esserlo, che l'università è fatta di uomini e non di automi, non di “homme machine”, di cui parlava La Mettrie; non è un'azienda, non deve avere come mission il numero, le statistiche, ma il raggiungimento della qualità formativa ed educativa di ogni giovane studente.
È questo concetto cardine riaffiora dall'intera mattinata di interventi susseguiti venerdì 20 marzo.
Esaustivi e, in un certo senso, incoraggianti, sebbene manchi un impegno concreto dello Stato, al quale viene chiesto sia dal rettore Zara, sia dal presidente della CRUI: un intervento dello Stato, di Confindustria in modo tale che una volta terminati gli studi universitari, i giovani possano trovare lavoro e non essere costretti a lasciare non solo il proprio paese d'origine, ma addirittura l'Italia.
Emerge inoltre, dall'intervento del presidente della CRUI - Stefano Paleari - la presenza di una “società duale”, della quale parla Marc Augé, secondo il quale l'1% è costituito dal potere oligarchico, vale a dire da un sistema universitario per gli eletti che sono da un lato e coloro che sono meno qualificati dall'altro; oppure dalla cosiddetta “free lunch society”, basata esclusivamente sui diritti e non sui doveri, un sistema “artificialmente paritario”, non in verità in modo sostanziale. Nessuna delle due è opportuna, sottolinea Paleari, se si pensa a migliorare l'università leccese e italiana; mentre, al contrario, evidenzia, occorre unità, equilibrio, puntando su una differenziazione sociale. A sostegno di ciò, infatti, non può essere accolta l'idea di un'università massificata.
Dalle appassionanti e accorate voci accademiche, viene alla luce un nuovo Umanesimo, una nuova età di un fiorire di saperi, di arti, dove al centro vi è l'Uomo e l'Umanità. Sorge la necessità di elaborare un nuovo discorso sull'uomo.
In realtà, per ogni democrazia che si rispetti, la cultura umanistica è indispensabile. Il sapere umanistico forma ogni essere umano a pensare, a decidere e, soprattutto, a frequentare scuole avendo la consapevolezza che sia utile farlo; si avverte sempre più il bisogno di maestri che amino la scuola. A sostegno di ciò, riprendo il titolo del libro di Martha C. Nussbaum, come un obiettivo da perseguire: “Non per profit to. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica".
Chissà se ciò accadrà in un tempo non troppo futuro, chissà se l'Università diverrà il traino dell'intera società italiana, europea, che miri a formare, educare, puntare alle eccellenze e alla qualità, senza discriminare nessuno, permettendo che emergano i migliori, i talenti, i meritevoli, senza falsi miti e vane speranze.