Culture
La deriva del cinema italiano, il neo-neorealismo da Emma Dante a Paolo Sorrentino
Francesca R. Recchia Luciani
Filosofa (Università di Bari "Aldo Moro")
Via Castellana Bandiera di Emma Dante è un gran bel film. Soprattutto le prove di recitazione in alcuni casi davvero eccellenti, e comunque gli attori sono tutti in parte grazie ad una regia incisiva ed efficace. Ma in questo caso non è la forma che colpisce, quanto il contenuto, il messaggio (per così dire) che intenzionalmente e fanaticamente veicola, poiché dobbiamo annoverare questo film come l'ultimo episodio di una saga tutta italiana, di una recente e dilagante ideologia del piagnisteo, che va diffondendosi come l'ultima epidemia di un paese malato cronico. Avevano cominciato negli anni Novanta Ciprì e Maresco, ma si trattava di un fenomeno televisivo, nonché giocato sulla parodia, sull'ironia e sullo pseudocinismo, che non aveva ancora contaminato il cinema. Poi abbiamo atteso gli anni Zero e Garrone, con Gomorra prima, ma soprattutto con Reality dopo, abbandonando del tutto l'ironia, ha consolidato quell'impianto ideologico elevando a sistema un'estetica del brutto che un certo cinema italiano neorealista aveva inaugurato in ben altri tempi e in ben altro clima storico. Il racconto cinematografico che fa assurgere a protagonisti solo personaggi "brutti, sporchi e cattivi" aveva senso in un paese post-bellico o in ansia da ricostruzione, che denunciava così i propri malanni e le proprie vergogne nazionali con l'intento di guardare oltre e di procedere verso il futuro.
Ma oggi che senso può avere il rimasticamento continuo e ossessivo di quella denuncia? Via Castellana Bandiera, È stato il figlio (Ciprì), Bellas Mariposas (Salvatore Mereu) sono film girati più o meno nell'ultimo anno e raccontano tutti la stessa immutabile, stantia e putrescente storia, rimestano nel torbido di un paese che si crogiola nel fango, dove gli intellettuali in primis hanno rinunciato a qualsiasi idea di futuro, a ogni possibile o impossibile (figuriamoci!) prospettiva. Come avvoltoi che banchettano intorno ad un cadavere in decomposizione rimandano continuamente, all'infinito, l'idea di un fallimento senza speranza, di una collettività dispersa, disperata e disperante, naturalmente facendolo ancora più spesso e volentieri con soldi pubblici. A nulla vale qui ricordare che siamo anche il paese di Gramsci e Pasolini, del primo non restano più neanche le ceneri, mentre del pensiero del secondo si fa strame proprio in nome di un "pasolinismo" del tutto malinteso o persino perverso limitandosi, senza mai sporcarsi le mani e così rinnegando nei fatti il poeta corsaro, all'ostentazione un po' pornografica dei vizi nazionali.
Ovviamente non si sta invocando né l'occultamento delle piaghe infette del moribondo, né tanto meno l'invenzione puramente fantastica di realtà parallele, che suonerebbe nello stato comatoso in cui versiamo come pura e semplice fantascienza. Uno scatto di immaginazione sì, però, si pretende. Si potrebbe, per esempio, provare a non tentare supinamente di scimmiottare (ancora!) il neorealismo, al quale solo gli stranieri sarebbero tuttora legittimati a richiamare il nostro cinema per analogia all'idea folcloristica che nutrono di esso, ammaliati da un'immagine dell'ex Belpaese dal quale inviare cartoline con stilizzate rappresentazioni dell'indigeno orrido antropologico e con tanti saluti dall'immobile "terra del rimorso". Sembra questa la ragione per cui nei festival di tutto il mondo i film italiani sono ancora molto apprezzati, soprattutto quando si attestano su queste forme di contemplazione compiaciuta dell'abisso nostrano, come si fa dinanzi alle mostruosità del regno animale spettacolarizzate dal National Geographic.
È di oggi la notizia che La grande bellezza di Sorrentino è il candidato italiano alla selezione dei miglior film stranieri per l'Oscar 2014, dunque è evidente quanto amiamo dare di noi l'idea di una società completamente devastata sul piano morale e culturale, e non c'è dubbio peraltro circa l'entusiasmo con cui gli stranieri sappiano apprezzare il nostro sport nazionale dell'autoflaggellazione. E non si obietti con la tiritera che chiedere altro che non sia bruttezza o degrado o poetica della marginalità significhi invitare al famoso lavacro familiare dei panni sporchi. La questione è di altra natura, ed è sia squisitamente cinematografica che profondamente politica, poiché ciò cui si assiste in molto cinema italiano contemporaneo, ma anche in altre produzioni artistiche, è il ripiegamento dello stile a esigenze ideologico-culturali di pura denuncia, di segnalazione sociologica, di avvistamento di un problema che viene illustrato con un certo compiacimento e immediatamente accantonato, come se il prenderne atto fosse già la soluzione o - peggio - lavasse tutte le colpe di un ceto intellettuale del tutto autoreferenziale, privo di inventiva, di capacità di rinnovarsi e creare, e dunque perennemente imbambolato dinanzi allo spessore incombente della realtà.
E se il neorealismo riscopriva il mondo dei fatti facendo film straordinari con scarsissimi mezzi e lasciandosi illuminare dalla loro potenza espressiva, oggi tutto questo è pura concentrazione sul proprio ombelico, se allora era uno sguardo vorace lanciato sul mondo là fuori, oggi è riflusso autoindulgente che riesce a vedere solo il proprio sé attraverso la falsata lente d'ingrandimento o, meglio, l'opaco microscopio dell'approccio antropologico neo-neorealistico. La realtà, "la verità dei fatti", il puro dato sociologico è materiale vivo per la televisione, per il giornalismo d'inchiesta, per la narrazione documentaristica (molto più onesta nei suoi intenti e nei suoi scopi), è lievito per la creazione artistica e per l'immaginazione, ma non è arte già di per sé. E il puro e semplice rispecchiamento del reale nelle attuali circostanze, anche quando riportato con maestria ed eleganza e/o - peggio ancora - con grande dispendio di mezzi, non è più sufficiente, non aggiunge nulla a quanto già sappiamo del nostro inarrestabile declino. L'arte, e il cinema in quanto arte, non dovrebbe più limitarsi alla pura e semplice registrazione della realtà, poiché questa non è che la scorciatoia per una presa d'atto, nonché per la sua definitiva accettazione. D'altra parte, questo è il paese che sembra aver adottato come slogan autoconsolatorio l'hegeliano "ciò che è reale e razionale", privilegiando il momento sintetico della dialettica pur di non doversi mai imbarcare nella contraddizione o nel conflitto innescato dall'antitesi. Mentre La grande bellezza di Roma, capitale di quest'incubo, resta definitivamente intrappolata nel Sacro GRA, in cui un improbabile persecutore del punteruolo rosso, quell'insetto pernicioso che distrugge le palme divorandole dall'interno, nota nel corso delle sue estenuanti auscultazioni delle piante che il rumore assordante che si leva dall'atto masticatorio dei milioni di parassiti e di larve che le abitano somiglia a un vocio, e che "un tale vocio ha un significato, anche se è un devastante significato".
Efficace metafora dello stato inerte e vegetativo in cui versa il ceto intellettuale nazionale, ma soprattutto di un'italica produzione cinematografica, artistica e culturale che non è altro ormai che puro vociare ripetitivo e senza qualità dinanzi alla catastrofe.