Economia

Legge di Stabilità, la mazzata è solo rinviata. Conto per le partite Iva

Altro che "si legge Legge di Stabilità, ma si pronuncia legge di fiducia": la manovra 2016 appena presentata dal premier Matteo Renzi è l'ennesima (forse ultima) scommessa che "l'anno che verrà" porterà se non la rivoluzione, almeno una crescita degna di questo nome. Atto di fede più che di politica industriale, visto che l'Italia non riesce a crescere se non per frazioni di punto da ormai oltre 16 anni e che nel frattempo la base industriale si è semplicemente spappolata e la fuga dei cervelli è raddoppiata, nonostante l'ottimismo di prammatica, ma transeat.

E a Udine (in tour in 100 teatri italiani per raccontare l’attività del Governo e lanciare la lunghissima campagna elettorale per le amministrative di primavera), c'è chi grida "buffone a Renzi". E lui....



Il problema principale della manovra, oltre alla sua pro-ciclicità, è che essa appare poggiarsi quasi esclusivamente su un ulteriore deficit, nel tentativo di rianimare una crescita che definire anemica è un eufemismo (la nota di aggiornamento del Def la vede allo 0,9% quest'anno e all'1,6% nel 2016) e che appare destinata a rimanere ben al di sotto del costo medio sul debito (visto pari al 4,3% sia quest'anno sia il prossimo e poi in lieve calo sino al 2019, quando comunque sarà ancora pari al 4%), con l'effetto di far salire, ceteris paribus, un rapporto debito/Pil già pericolosamente elevato (saremo al 132,8% a fine anno) in assenza di crescita del Pil o riduzione della spesa (anche se la nota di aggiornamento del Def vede il rapporto calare al 131,4% l'anno venturo e poi scendere sino a poco meno del 120% nel 2019).

A ben guardare, però, il deficit aggiuntivo (uno 0,2% di Pil), che Renzi spera di vedersi autorizzato a fare dalla Commissione Ue, chiamata a vidimare una manovra che porterà il deficit/Pil al 2,4% e non al 2,2% come previsto dal sentiero che l'Italia dovrebbe seguire per raggiungere il pareggio di bilancio strutturale nei tempi e nei modi concordati, non va a finanziare una "potente espansione" della nostra economia (per riuscirvi Renzi dovrebbe far rivedere il concetto stesso di Fiscal Compact, impresa a dir poco improba), ma semplicemente a rinviare di un anno l'entrata in vigore delle clausole di salvaguardia previste per il 2016 e che invece slittano al 2017, per un importo che sale a 16,8 miliardi di euro e che andrà coperto con un incremento dell'Iva e con un inasprimento delle accise oltre che con un taglio "lineare" delle agevolazioni fiscali.

Senza entrare nel merito delle stime su cui si reggono già le ipotesi alla base della revisione del Def (come un'inflazione dell'1% l'anno prossimo per far crescere del 2,6% il Pil nominale, quello utilizzato nel calcolo del debito/Pil) o della possibilità che Bruxelles autorizzi il deficit "extra", poco più di 3 miliardi di euro "spendibili" secondo il premier per far partire il taglio dell'Ires nel 2016 e per finanziare "ulteriori interventi sull'edilizia scolastica", è il caso di notare che la "riduzione sistematica" delle tasse si ferma all'eliminazione dell'Imu sulla prima casa, sugli imbullonati e dell'Imu agricola, per un massimo di 5 miliardi di euro che però vanno a sommarsi a un'altra "riduzione sistematica", quella ottenuta col "bonus Irpef" (i famosi e fumosi 80 euro lordi in busta paga), che costa al bilancio dello stato circa 10 miliardi di euro l'anno.

Nel complesso le due misure, sulla cui permanenza "strutturale" in bilancio non vi è ad oggi alcuna certezza, peseranno 15 miliardi di euro l'anno, miliardi che potrebbero essere impiegati per eliminare il "rischio" che le clausole di garanzia prima o poi scattino sul serio, affidando semmai ad una rimodulazione della curva dell'Irpef l'arduo compito di alleviare la pressione fiscale su tutti i contribuenti. Qualcuno dirà: è una partita di giro perché i benefici di quest'anno andranno a bilanciare i costi futuri. Se così fosse non saremmo comunque di fronte a una riduzione della pressione fiscale, ma solo ad una sua redistribuzione (come avverrà col  canone Rai, che da tassa di possesso di apparecchi radiotelevisivi dovrebbe diventare una voce del costo dell'energia elettrica, consentendo al governo di raddoppiare il gettito previsto da 1,5 a 3 miliardi circa l'anno ma pesando ulteriormente sulla competitività delle imprese italiane).