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Adolescenti violenti e armati di coltello, è allarme. L'esperta: "Una soluzione? Abbassare l'età dell'imputabilità"
Il caso di Frascati riapre il fenomeno della violenza adolescenziale. La dottoressa Gabriella Marano: “Troppi disagi, famiglie inadeguate e si fanno giustizia da sé”


Adolescenti armati di coltello e telefono: “Di zombie così ne vedremo a migliaia”. L'allarme
L'ultimo in ordine di tempo a Frascati, in provincia di Roma: qui un 16enne ha accoltellato un coetaneo per un debito di un vestito. Un fendente al cuore e la vittima lotta contro la vita. “Ma ne vedremo altri, di questi zombie che vivono col coltello in una mano e il cellulare in un'altra ce ne sono migliaia”.
A lanciare l'allarme per una “generazione persa” è la dottoressa Gabriella Marano, specialista di Psicologia clinica dell'infanzia, adolescenza e famiglia, docente di Psicologia clinica e esperta nel trauma dell'età evolutiva.
Dottoressa, quanto accaduto a Frascati lascia esterrefatti: sesso e coltelli, amore e coltelli e poi denaro e coltelli: che accade nella testa degli adolescenti?
“Troppi disagi: dai disturbi alimentari all'autolesionismo, dai disturbi del comportamento al controllo degli impulsi violenti che hanno subito un'impennata dopo il Covid e gli esiti suicidari si sono raddoppiati. A tutto questo il Sistema Sanitario non riesce a far fronte”.
Dottoressa, l'effetto Covid non è finito?
“Perché abbiamo avuto il raddoppio dei conflitti familiari, separazioni traumatiche e difficoltà economiche. Stiamo assistendo a fenomeni di criminalità minorili in contesti addirittura bene integrati nel tessuto sociale. Il gesto violento non è più appannaggio di ragazzi vissuti in contesti degradati: è il malessere del benessere, e il reato è la sua manifestazione”.
Lei descrive un fenomeno incredibile ora anche i figli delle “famiglie bene” sono a rischio teppismo?
“Noi parliamo anche di teppismo per noia, ci riporta alla vanità del male; c'è un rapporto tra il gesto violento e la necessità di uscire dalla noia. Chi non ricorda i ragazzi che lanciavano sassi dal cavalcavia. La psicologia sociale ci dice che violenti non ci nasce ma si diventa e contesti disfunzionali consegnano prodotti avariati alla società”.
Quindi, le colpe dei padri e delle madri ricadono sui figli?
“Noi andiamo sempre lì, se qualcosa si è inceppato nel legame di primo apprendimento, i ragazzi prima o poi ci presentano il conto. Soprattuto nella fase di adolescenza e pre adolescenza. Tecnicamente e semplicemente: non possiamo dare una riposta univoca ma abbiamo fattori bio-psicosociali. Un comportamento violento, in cui i fattori sociali sono preponderanti dei ragazzi in contesti criminali. Si procede per modellamento perché i nostri figli imparano per modello ambientale. Ma non è sempre così perché non abbiamo, come dicevamo prima, ragazzi che delinquono e accoltellano che vengono da marginalità e degrado”.
Proviamo con una sintesi, anche se brutale: stiamo accusando una generazione di genitori di essere troppo permissivi?
“S', sì, e ancora sì. I nuclei familiari violenti dove la forza fisica costituisce l'unica forma di educazione e correzione, portano a generare figli violenti. Se i nuclei familiari sono troppo permissivi e non hanno confini e limiti, oppure se mamma e papà sono incoerenti, e non mi riferisco solo alle famiglie separate, oppure iper esigenti che operano comportamenti tipo “se devi andare in palestra ti accompagno io, ti faccio io la borsa, se hai problemi compagni te li risolvo io”, non crescono figli responsabili”.
Quante personalità così abbiamo nelle nostre scuole?
“Ne abbiamo una miriade, un esercito. Le racconto un aneddoto che ben spiega cosa sta accadendo. In una scuola in cui ho lavorato sono state convocate le famiglie di 1200 allievi per un incontro. Ebbene sono venuti in 8, e la famiglia non risponde perché non c'è più”.
Torniamo al coltello in tasca: perché?
“A furia di essere videodipendenti hanno fatto propria la matrice delle guerre dei videogiochi. La realtà umana diventa periferica e si sostituisce con quella dei giochi dove si può uccidere. Siamo di fronte a una dissociazione tra virtuale e reale e se il mondo è instabile i ragazzi non vedono altra via d'uscita che farsi giustizia da sè”.
Soluzioni?
“Prevenzione seria e ammodernamento legislativo. Bisogna abbassare l'età dell'imputabilità e inasprire, altrimenti di morti ne vedremo a migliaia”.