Cronache
Cinesi made in Prato-Pistoia. Traffico illecito rifiuti,ci sono anche italiani

Dove finiscono i rifiuti tessili delle ditte cinesi di Prato e Pistoia? In varie regioni d'Italia e in Africa, in modo illecito.Lo spiega un'inchiesta delle Dda
Capannoni stracolmi di rifiuti, false iscrizioni all'Albo degli abilitati, trasporti di chi non poteva farlo. Ecco dove finiscono i rifiuti delle imprese tessili della zona Prato-Pistoia, in larga parte in mano a i cinesi ma con partnership forti con gli italiani della zona. O almeno una parte di essi. Lo spiega un'inchiesta delle Dda.
Neo giorni scorsi, il 30 luglio, sono scattate tra le province di Prato, Pistoia e Bologna sei ordinanze di misura cautelare (una in carcere, 5 ai domiciliari) dopo perquisizioni e sequestri per traffico illecito di rifiuti di origine tessile: la cosiddetta "Prato Waste", condotta dalla polizia municipale e dalla sezione di pg della polizia provinciale.
L'operazione, coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo e dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Leopoldo De Gregorio, ha portato alla luce un vasto sistema afferente alla produzione dalle ditte a conduzione cinese attive nelle province di Prato e Pistoia e che smaltiva illecitamente rifiuti che poi finivano in varie regioni d’Italia ed in Africa. I reati contestati sono di attività organizzata volta al traffico illecito di rifiuti anche verso l’estero.
Sono finiti nella rete dell'ordinanza di custodia cautelare 4 imprenditori di nazionalità italiana e due di nazionalità cinese, oltre a 10 titolari di numerose ditte “anche fittizie” sia italiane che cinesi.
Funzionava così. I trasporti venivano effettuati, nella maggioranza dei casi, da persone non abilitate che si avvalevano di false iscrizioni all’Albo Nazionale Gestori Ambientali per poter eludere un primo controllo operato sulla strada da parte di organi di polizia in cui incappavano. Poi i rifiuti venivano portati in zone di recupero fittizi, dove invece di essere trattati venivano privati dell’involucro originario (il sacco nero) oppure pressati con all’interno gli stessi sacchi neri solo per ottimizzare la successiva fase di trasporto ma senza alcun trattamento e guadagnarci così di più. Un sistema fatto di pochissima spesa e di tanti “regali” poi a dei malcapitati proprietari di capannoni
Successivamente venivano gestiti mediante due diversi flussi e finivano in varie regioni del nord e del centro Italia, all’interno di capannoni fatiscenti ed in disuso,saturandoli ed abbandonandoli. I proprietari di questi immobili, molte volte inconsapevoli, si vedevano pagata la prima rata del contratto di locazione per poi trovarsi il capannone pieno di rifiuti inattesi e trovarsi così alle prese con soggetti “fantasma” (chi faceva l'operazione poi spariva nel nulla)
Le dimensioni del fenomeno non sono chiare anche perché risulta molto difficile comprendere il settore ora che è in mano cinese. Anche agli enti pubblici risulta difficoltoso quantificare i numeri e la presenza della comunità cinese in zona che ha comunque assunto il controllo di questo tipo di produzione.
L'Irpet, istituto regionale per la programmazione economica della Regione Toscana nel 2014 ha provato intanto a capire quanto siano davvero i cinesi a Prato e i lavoratori impiegati nelle aziende.
Considerando anche gli irregolari presenti in grandi numeri e valutati nei numeri da una stima sui consumi di acqua, I residenti reali potrebbero sarebbero tra i 40-45.000 cinesi (contro i 17.000 iscritti all'anagrafe e i 32.000 permessi di soggiorno richiesti), mentre i lavoratori oscillerebbero tra 17-20.000, con un forbice di irregolari compresa tra 6-9.000 addetti.
Le imprese sono 4.830 imprese, quattro volte quelle di dieci anni prima e rappresentano un sesto di tutte quelle delle provincia, quasi le metà a conduzione stranieri.