Culture

Italy, Pascoli da (ri)scoprire

Oddio, Pascoli. Basta quel nome per far sprofondare nella noia decadi di studenti. E invece. E invece bastano un palco scuro, le corde di una chitarra e una voce profonda per riscoprirlo. Il  palco scuro è quello del Teatro Elfo Puccini. Le note escono dalle dita di Gianmaria Testa, le parole di Pascoli dalla gola di un omone con la barba: Giuseppe Battiston. Seduti sui banchi di scuola, chi lo avrebbe mai detto che Pascoli, Giovanni Pascoli da San Mauro di Romagna, avesse scritto un poemetto con un titolo in inglese: Italy. Battiston e Testa lo hanno riscoperto. Non c'è stato neppure bisogno di spolverarlo. Perché sembra lontano ma è stato scritto l'altro ieri.

Parla di viaggi e di ritorni, di miseria e malattia, di migranti. Parla di italiani. La voce di Battiston e le note di Testa (ri)leggono la storia di una bambina nata in America da genitori italiani tornata in Toscana per curare la tisi,  e di sua nonna che la accudisce. In comune non hanno niente. Non la lingua né la patria. Due generazioni a confronto che scioglieranno il loro conflitto fino a far diventare "sweet" quell'Italia così "bad".

Ma questa non è la storia di due donne. È la storia dell'immigrazione. La storia di una frattura che, oggi come ieri, divide le generazioni. Skype sostituisce le lettere, l'aereo il transatlantico. Ma la frattura è la stessa. E non solo per chi attraversa il mare con la pelle scura. È una crepa anche per i ragazzi che scappano all'estero e per quelli che abbandonano l'idea di restare (ma non di tornare) al sud.

All'inizio del '900, ricorda Battiston, la letteratura taceva tutto questo. Oggi l'emigrazione si racconta per numeri e immagini. Ma non è data agli occhi quella delle piccole cose. Serve rifugiarsi in un teatro per riscoprirla. "Pascoli, sembra incredibile di questi tempi...".