Culture
Le pitture? Restaurate (ma non vengono mostrate)

di Fabio Isman
Questa è una vicenda per certi versi bellissima, per altri bruttissima. Inizia, a scelta, più o meno settecentosettantacinque anni fa, oppure appena sedici: quando furono dipinti o quando sono stati riscoperti alcuni eccezionali affreschi nell’Aula gotica di un monastero di Roma, che era il palazzo cardinalizio annesso alla basilica dei Santi Quattro Coronati. Diciamo subito che, purtroppo, il luogo è tra i meno frequentati e noti della capitale. È a mezza strada tra San Giovanni in Laterano e il Colosseo, da cui dista appena trecento metri; ma i turisti disdegnano la pur lieve fatica di raggiungere un complesso straordinario; o forse ignorano (come troppe guide) a cosa rinunciano. Una chiesa tra le più antiche (del IV secolo, restaurata e rimaneggiata nel IX, bruciata dai normanni nel 1084, rifatta a metà del secolo XII), con un chiostro a colonne binate del XIII secolo tra i più remoti sopravvissuti in città, e la cappella di Santa Barbara, con mensole del IX e resti di dipinti del XIII secolo; la cappella di San Silvestro affrescata e bellissima, al pari di una sala antistante; e, appunto, quella con i dipinti ritrovati da Andreina Draghi, storica dell’arte, direttrice del museo di palazzo Venezia (nonché sorella del presidente della Bce): testimonianza singolare di un complesso medievale rimasto pressoché integro. Allora, Roma non era un “vuoto”, come si è sostenuto troppo a lungo: proprio le scoperte compiute qui hanno inferto un «grande scossone»(1) a questo modo di leggere la storia.
La vicenda narrata nel ciclo di affreschi con le Storie di Costantino e san Silvestro – nella cappella intitolata a chi fu papa dal 314 e consacrata nel 1246(2) – l’abbiamo studiata fin dai banchi di scuola: l’imperatore, guarito dalla lebbra e battezzato, dona al pontefice gli attributi imperiali; si vedono la corona, gli abiti regali, il ritrovamento della Croce: è un manifesto della supremazia della Chiesa sull’Impero, voluto dal cardinale Stefano Conti (nipote di Innocenzo III, Lotario dei Conti di Segni), che, una volta partito per la Francia Innocenzo IV Fieschi (1244), diviene vicario di Roma. Il sito era un baluardo difensivo, fortificato e turrito (lo si apprezza ancora), del Patriarchio nel vicino Laterano: in una posizione elevata, sulla “via papalis” percorsa dai pontefici appena eletti durante la “presa di possesso”, dal Vaticano fino a San Giovanni. Il locale detto anche del Calendario, l’Aula gotica che precede la cappella di San Silvestro, ha tre pareti affrescate con un ciclo frammentato ma assai interessante: i mesi sono corredati da un testo, ognuno reca un motto e le proprie caratteristiche, e sono impersonati da monumentali figure virili. Viene dipinto tra il 1235 (quando diventa santa Elisabetta d’Ungheria, che vi è inserita) e il 1254, quando Conti muore. Alla fine del secolo, «Roma era splendida, e l’immagine dell’Urbe come centro della cristianità completata», dice Andreina Draghi: i mosaici nelle basiliche, le decorazioni di Jacopo Torriti e Pietro Cavallini, gli affreschi del Laterano e le residenze cardinalizie accanto alle maggiori chiese, il segno di Arnolfo di Cambio. Vasari è smentito: il Duecento non parla esclusivamente toscano.
Dal XVI secolo, il palazzo cardinalizio annesso alla basilica, le cui fondazioni sono erette «con grossi blocchi di tufo ricavati dalle mura cosiddette Serviane»(3) e «i blocchi sono ancora visibili», è divenuto un monastero di clausura delle monache agostiniane. Al piano nobile, un grandioso portale a sesto acuto, peperino e marmo, e la sala delle Pentafore (pur da tempo in buona parte murate); un altro ingresso, dalla sala del Calendario a pianterreno, immette con una scala in un’aula gotica lunga oltre diciassette metri, larga nove e alta quasi dodici: due campate e volte a crociera in calcestruzzo. Era il guardaroba e la stireria delle monache, ora rimaste in sedici. Qui, nel 1996, lo Stato italiano inizia dei lavori di restauro, e fin dai primi test di descialbo (sette strati d’intonaco, oltre ottocento metri quadrati), sono «giorni memorabili: lentamente iniziavano ad affiorare» trecento metri quadrati di dipinti, racconta Andreina Draghi(4). Ricchissimi apparati di “tituli” e iscrizioni; splendide raffigurazioni delle Stagioni, dei Mesi, dei Vizi e Virtù personificati, lo Zodiaco, un Paesaggio marino, i Venti, le Costellazioni. E delle singolarità: un topo in bilico sull’asta a cui sono appesi gli insaccati, nel mese di Gennaio; Pietro è la Carità, e calpesta lo sciupone Nerone; Gerolamo è il Timor di Dio, e calpesta Carlo Magno, cioè la Vanagloria. «Ora sappiamo perché Cimabue viene a Roma nel 1272; per vedere questi affreschi: non quelli del Sancta Sanctorum, successivi; e ad Assisi, alcune parti li evocano», spiega uno dei maggiori medievisti, Francesco Gandolfo; siamo nella culla della storia dell’arte italiana, ed è una culla davvero sontuosa. Forse dipinge il cosiddetto Terzo maestro di Anagni.
Ma qui purtroppo finisce la parte bella della storia, e inizia quella bruttissima: gli affreschi, recuperati anche con il contributo della banca Dexia Crediop, vengono presentati nel 2006. Ma da allora sono invisibili. Le suore non hanno mai aperto i battenti: neppure «l’8 novembre, magari soltanto per un paio d’ore, nella ricorrenza dei Santi Quattro, che pure festeggiano», dice Andreina Draghi. La stessa vicina cappella di San Silvestro è assai poco frequentata: «Forse trecento persone in un mese», dieci al giorno, dicono le suore, cui bisogna rivolgersi per accedere. Madre Rita Mancini, la superiora del convento al tempo del recupero, non c’è più. Chi l’ha sostituita non declina nemmeno il proprio nome: «Lei scriverà quando sarà il momento». Al telefono, spiega che «stiamo trattando: servono dei lavori, e prima non è possibile aprire; io spero che si potrà farlo nel 2013, ma non ne sono sicura». Quali lavori? «Degli scalini e altre cose». Ma allora, di chi è la colpa dei ritardi? «Lei parli con la Soprintendenza». Andreina Draghi dettaglia: «Ricordo una piccola rampa, di cinque o sei scalini, che richiedeva qualche opera; l’impianto antincendio, chiesto dalle suore; dei lavori al portale d’ingresso; insomma, roba da poco».
L’architetto Giorgio Di Santo della Soprintendenza ai monumenti, che se ne occupa, spiega: «Abbiamo concluso il restauro del chiostro, con trecentomila euro di Arcus; è in corso quello delle coperture e dell’abside, settecentomila euro del ministero; stiamo discutendo sui lavori da fare per aprire al pubblico la sala delle pentafore e l’Aula gotica; credo che serviranno centocinquantamila euro, li stanzierà Arcus. Interventi sulla scala, anche con la posa di un corrimano; sugli impianti, anche quello antincendio da realizzare; e sul portale d’accesso». Arcus precisa: «Per la prima volta, ne abbiamo sentito parlare a fine 2012; quando ci sarà il progetto cercheremo i finanziamenti, anche se la legge della “spending review” prevede la nostra liquidazione dal 2014, e chissà perché: sei dipendenti in tutto, più quelli distaccati dal ministero, bilanci in utile, non c’è più neppure un consiglio d’amministrazione, ma solo un amministratore unico, l’ex ambasciatore Ludovico Ortona». Architetto Di Santo, ma perché non lo si è fatto prima? «Penso per mancanza di fondi. Però adesso, vedrà, ce la faremo». Ma intanto, questi affreschi, scoperti quasi quindici anni fa, restaurati già da sei e a tutt’oggi invisibili, non pesano un po’, su tante coscienze, come una (grossa) vergogna?