Culture

“É scritto nel corpo”, romanzo provocatorio

di Alessandra Peluso

Bookme De Agostini Libri

Sono stata immediatamente rapita dall'immagine esaustiva e intrigante della copertina del libro “É scritto nel corpo” così come dal titolo. Ho accostato il tutto al meraviglioso film “Prendimi l'anima” di Roberto Faenza. Si respira la stessa atmosfera, ma molti di più sono i soggetti coinvolti.

È un romanzo che sfida ogni convenzione, va al di là del limite etico di una donna, anzi due che - sposate tradizionalmente con un uomo -   tradiscono continuamente e puntualmente come se il sesso fosse un farmaco da consumare ad ogni costo.

É scritto nel corpo” è un romanzo innovativo, originale, da una penna - quella di Eugenia Romanelli - anticonformista e travolgente tanto che leggendo pagina dopo pagina ti ritrovi a vivere le stesse scene di sesso come se ne fossi il protagonista. È sorprendente.

Eugenia Romanelli agisce direttamente nella mente, anzi nel diaframma (punto in cui convergono tutte le sensazioni introiettate dalla realtà) e fa vivere il corpo, provare emozioni intense. Invade ed evade proprio come la storia raccontata, va al di là degli schemi e oltrepassa il possibile.

Affascinano e intrigano Sveva e Camilla, ma sono anche donne tormentate, paradossalmente sole, incomplete che cercano quel filo conduttore che le porterà al leitmotiv delle loro vite. 

Donne forti, uomini fragili si sovrappongono, intrecciano, si dividono per poi scambiarsi i ruoli vicendevolmente. Amori e passioni proibite che denotano una forza immane che squarcia ogni compromesso e abbatte ogni pregiudizio per far emergere come desidera l'autrice la potenza dell'amore e del sesso: Dioniso e Apollo in una lotta impari che lascerà non pochi segni. 

Stupisce Sveva per la sua eleganza e determinazione a conoscere la ragione di un legame così intimo, profondo con Camilla, confidando nel “karma” del buddismo che lei pratica. È proprio come la preghiera del “Nam Myoho Renge Kyo” si svolgono le notti di sesso, le giornate, i momenti rubati con un ritmo intenso, metodico, martellante fino a diventare indispensabile.

Camilla è una giornalista, scrittrice, spregiudicata che immancabilmente travolgerà Sveva.

È un romanzo che non smette di sorprendere, pieno di colpi di scena tanto da lasciare il lettore interdetto. Sbrogliare il bandolo della matassa è complesso e costa fatica, ma ne vale la pena.

Bravissima Romanelli nella scrittura e nella trama, incomparabile nel creare scene così forti e dense di emozioni con un sex appeal accattivante. Seduce e spaventa. Induce a riflettere sulle convenzioni e sui pregiudizi che distruggono le esistenze, la bellezza dell'anima oltreché del corpo delle protagoniste: sono donne forti che reggono le sorti del loro destino, ma fragili nel momento in cui si accorgono che non possono più nascondersi dietro le maschere di una vita pre-costituita, confezionata secondo gli schemi tradizionali.

Coinvolge e sconvolge il lettore dalla prima pagina sino all'ultima dove più che la parola fine, sarebbe molto più consono leggere “Game over”. Occorre scoprire chi sarà fuori gioco, quale vita o vite saranno coinvolte, senza dubbio la prevedibilità è e sarà fuori gioco.

È necessario vivere “É scritto nel corpo”, viversi l'eros e la sessualità raccontata con grande passione e veemenza dall'autrice, e soprattutto con geniale femminilità: «Non con le parole, Camilla, non chiedermi parole. La mia storia è scritta nel corpo. La leggerai lì». (p. 121).

Si tratta di una dichiarazione d'amore coraggiosa, che supera la barriera della paura, non ha colpe né sensi di colpa la paura che soggiace alla forza dell'amore. Si legge: «Il coraggio che ci mancava, e che ho invece adesso, era un'umiliazione e ci rendeva deboli, vili l'uno agli occhi dell'altra. Ma in cuor nostro sapevamo che la paura non ha colpe e non sminuisce l'amore». (p. 140 e s.)

É questo amore intenso che rapisce - intriso nell'intera storia - lo si può cogliere e tentare di racchiudere nei versi di Anna Achmatova:

«Non ho mai smesso di amarti dall'infinito passato». (p. 119).