Culture
"Una luce nella foresta", ecco le prime pagine del nuovo romanzo di Paul Torday

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LA TRAMA - Norman Stokoe nella sua lunga attività di tranquillo funzionario statale non ha mai preso decisioni affrettate, ha sempre avuto una vita privata molto solitaria e tanto tranquilla quanto gli incarichi che ha ricoperto nel corso della sua carriera. Quando viene promosso responsabile del dipartimento per la sicurezza dell’infanzia, si trasferisce nella regione del Northumberland, restando in attesa che l’ufficio da lui diretto diventi davvero operativo. Nel frattempo viene però coinvolto suo malgrado, da un giornalista che sta per essere licenziato e da una madre sconvolta dal dolore, nel caso di due bambini scomparsi. Da quel momento Norman si troverà ad affrontare qualcosa di assolutamente sconosciuto per lui e sarà testimone di avvenimenti talmente sconvolgenti che non solo gli faranno mettere in discussione il sistema di cui ha fatto parte finora, ma cambieranno per sempre la sua stessa visione della vita...

L'AUTORE - Paul Torday, nato in Gran Bretagna nel 1946, è l’autore di romanzi di successo quali L’irresistibile eredità di Wilberforce, La ragazza del ritratto, Vita avventurosa di Charlie Summers e Pesca al salmone nello Yemen. Quest’ultimo ha ispirato il film Il pescatore di sogni, diretto da Lasse Hallstrom, scritto da Simon Beaufoy e interpretato da Emily Blunt, Ewan McGregor e Kristin Scott Thomas.
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© Paul Torday 2013
La foresta di Kielder si trova al confine tra l’Inghilterra e la Scozia. Poche centinaia di anni fa questa parte di mondo era una desolazione di acquitrini e colline basse, coperte d’erica. I suoi abitanti – più di quanti ce ne siano oggi – avevano la fama di uomini senza padrone, che non riconoscevano alcun re e vivevano di violenza e astuzie. I clan della Frontiera, i cosiddetti reivers1, vivevano al di qui e al di là del confine: nei distretti di Liddesdale, Teviotdale, Redesdale e Tynedale: si chiamavano Armstrong, Bell, Charlton, Dodd, Elliot, Ker, Nixon e Scott. Si derubavano e si combattevano gli uni con gli altri. Per i re d’Inghilterra o di Scozia la regione della Frontiera era pressoché incontrollabile. Per un po’ furono debatable lands: territori contesi, di nome e di fatto. È una regione vuota e silenziosa. Ancora oggi, sulla nostra isola affollata, ci sono tratti di Frontiera in cui si può camminare per un giorno senza incontrare altri esseri umani. Anche l’aspetto della regione è cambiato. Un tempo c’erano colline grigio-verdi coperte di giunchi ed erica. Sui pendii ripidi, un fitto di betulle, ontani, salici, querce, pini. Oggi al posto degli antichi boschi selvaggi c’è un mosaico di foreste enormi: Wark, Kielder, Redesdale, Harwood, Newcastleton, Craik, Tinnisburn, Spadeadam e Kershope, che occupano una superficie di centinaia di chilometri quadrati. Sono decine di milioni di alberi: larici, diverse varietà di abeti e pini; un’armata ombrosa, spezzata solo di tanto in tanto da viali di latifoglie. Chi ci abita oggi? Qualche comunità di boscaioli, villaggi sparsi, borghi isolati. Le volpi, i cervi, le poiane, gli astori, le ghiandaie, i corvi e le cornacchie sono in maggioranza schiacciante rispetto agli esseri umani. Una volta tra l’erica delle colline si aggiravano pernici bianche e fagiani, e starne nelle praterie. Ma di quasi tutte si sono occupati i predatori che vivono tra gli alberi, i falchi e le volpi. Quasi nessun altro abita più qui; quasi nessuno a parte gli alberi. Nella foresta si interseca un dedalo di strade di servizio. Ogni anno milioni di alberi vengono piantati e altri milioni abbattuti, e trasportati lungo queste strade fino alla fabbrica di truciolato di Hexham, ai docks sul fiume Tyne, ai depositi all’aperto dei commercianti di legname e delle imprese che si occupano di recinzioni. Si tratta perlopiù di legno dolce per uso industriale, inadatto alla falegnameria o all’ebanisteria. Le strade di servizio vengono aperte a seconda del bisogno e poi abbandonate, sbarrate per impedirne l’utilizzo, prima lasciate in balia dell’invasione delle erbacce e poi restituite ai giovani pini e abeti da far crescere. La sola foresta di Kielder copre seicentocinquanta chilometri quadrati di terreno, le sue sorelle un’area grande quasi il doppio. Prima che arrivassero gli alberi questa era una terra di paludi e colline ondulate e verdi. Sulle colline correvano i vecchi sentieri che portavano le pecore e i pastori ai mercati del Sud o alle roccaforti dei clan. Nei nomi dei luoghi risuona ancora l’essenza di questa terra e della sua gente: Haggering Holes, Bessie’s Bog, Bloody Bush, Foulmire Heights, Gray Mare Moss2. La melma e il muschio erano una copertura perfetta per i reivers che un tempo abitavano questa regione. Era un paesaggio di mille colori tenui: le sfumature impercettibili nelle foglie d’erica, mirto, sfagno, erioforo e licheni, i bianchi e i marroni dei pascoli: una tavolozza infinita, sensibile a ogni mutazione della luce di un cielo pieno di nuvole e vento. Oggi il mondo che fu si può scorgere soltanto negli angoli che il mare di conifere non ha ancora sommerso. La maggior parte degli alberi venne piantata negli anni Venti del Novecento sull’onda dello sforzo nazionale di rimpinguare le scorte di legno consumate dalle trincee della Prima guerra mondiale. Molto tempo dopo, nella foresta apparve un lago enorme. A crearlo fu la diga che sbarra il primo tratto del North Tyne – lungo ventisette chilometri, nascosto tra gli alberi – e che un tempo riforniva d’acqua le industrie dell’Est. Tra le sue onde giace un borgo sommerso. Quanto agli alberi, è difficile stabilire a cosa servano oggi: sono diventati fini a se stessi, la ragione della propria esistenza. Ci sono gli alberi perché ci sono gli alberi. Con gli alberi e nei boschi Geordie Nixon ci lavora pressoché da sempre. Suo padre e suo nonno erano taglialegna. Suo padre si occupava del bosco privato di una tenuta locale. All’epoca gli alberi producevano ancora denaro: con il frassino e il legno di quercia si facevano i mobili; con il larice, gli alberi delle navi. Oggi, per via dell’ondata di legname economico giunta dall’Europa dell’est e dall’ex Unione Sovietica, le foreste nostrane non valgono quasi nulla. Il padre di Geordie, licenziato per esubero di personale, morì a soli sessant’anni. Sua madre lo seguì qualche anno dopo, mentre ancora lavorava come donna delle pulizie. Geordie ha cominciato dando una mano a suo padre durante le vacanze scolastiche. A sedici anni ha mollato la scuola e si è messo a posare recinzioni, e poi a interrare e liberare dalle erbacce le piante più giovani. Adesso lavora in proprio, si occupa degli alberi di Kielder per conto della Forestry Commission. La sua vita è tutta qui. Di tanto in tanto va a Hexham, il più vicino centro abitato degno di tal nome. In città, a Newcastle, ci è stato due volte. A Londra non ha mai messo piede e non ha in programma di farlo. Sa a malapena dove sta, Londra. Quello che sa è com’è fatta la foresta, quali uccelli e quali animali ci vivono. Quasi tutti i giorni vede i cervi alzare la testa e lo sguardo verso di lui, che entra nel cuore del bosco a bordo del suo camion. Quand’è stagione, sente strillare le volpi femmine. Sa dove fanno la tana i tassi. Di tanto in tanto ode l’urlo di un coniglio catturato da un falco. Quando lavora, a fargli compagnia è soltanto ciò che sente, scorge o avvista. Qualunque tempo faccia, lui lavora: alla luce fioca del sole che talvolta filtra dagli alberi; sotto la pioggia scrosciante; a volte sotto la neve che cade lenta e silenziosa, quando la foresta sembra dormire avvolta in una coperta bianca. Nelle città non se ne trovano, di uomini come Geordie Nixon. Anche fuori dalle città, se è per questo. Geordie è alto più di un metro e ottanta, robusto come gli alberi che abbatte. È pallido, con il mento quadrato e gli occhi grigi, sormontati da sopracciglia nere e folte La sua vita è il lavoro. I soldi gli escono di tasca più in fretta di quanto ci entrino. Sa che non morirà ricco. Al futuro non pensa granché. Sa che c’è il leasing dei mezzi da pagare, e le rate del televisore HD da quaranta pollici che si è messo in casa. C’è la metà dell’affitto da dare a Mary, la sua ragazza, e la metà delle spese per il cibo e il riscaldamento. Di veramente suo non ha altro che i vestiti che porta, la motosega e il cellulare. Alle prime luci dell’alba Geordie Nixon è all’opera con la motosega, già nel cuore della zona di foresta segnata, quella da abbattere. Libera il terreno dagli alberi più piccoli e altri ostacoli, apre la strada al macchinario con cui verrà a raccogliere le piante più grandi. Alle otto e mezza è a bordo della disboscatrice, una Valmet 941 di seconda mano. Cingolata, perché con le ruote sprofonderebbe nel terreno morbido. Le foreste sono tutte nate su pantani senza fondo o brughiere collinose piene di sassi aguzzi. Gli hanno affidato l’abbattimento di un lotto di abeti Sitka piantati trent’anni fa. La disboscatrice macina, scoppietta e sibila mentre le sue ganasce idrauliche si avventano su un albero e ne mordono la base. Bastano pochi secondi per tagliarlo, ma non lo si deve far cadere: no, la disboscatrice lo inclina, ne strappa le radici e quasi tutta la corteccia, lo riduce alla lunghezza giusta e lo deposita in cima a un mucchio sempre più alto di tronchi accanto al sentiero della foresta. Geordie lavora da solo. Perché preferisce così. E perché non guadagna abbastanza per pagare un altro. Fosse stato un periodo diverso, ci sarebbe stato un ragazzo a dargli una mano ad accatastare la legna raccolta, e alla fine della giornata non avrebbe dovuto caricare da sé il camion. Oggi invece gli tocca. Ma le leggi del mercato le conosce bene anche Geordie. Il prezzo del legname l’ha visto scendere di anno in anno coi suoi occhi. Di tanto in tanto si ferma a fare un sorso di tè tiepido dal thermos o ad accendere una sigaretta. Quando spegne il motore della disboscatrice, il silenzio della foresta lo mette a disagio. A mezzogiorno fa un’altra sosta e divora la “merenda”, così la chiama lui, che Mary gli ha preparato la sera prima: pane morbido, sottilette, e burro, sempre troppo poco. Mangia con gesti meccanici e scola quel che resta del tè. È soltanto l’inizio di aprile ma c’è uno sciame di moscerini. Lo tormenta ogni volta che apre lo sportello della cabina. Tutto intorno, dalle foglie filtra luce fioca: il residuo del sole alto al di là delle nuvole, quanto basta a far scintillare le ragnatele umide sui rami, le felci bagnate al confine del bosco, sulle pozze d’acqua che sono ovunque. Dalla cabina, Geordie scorge la vallata bassa sulle cui sponde sta lavorando: nient’altro che abeti e pini, nient’altro che gli alberi e i loro grovigli scuri e infiniti. La luce si fa più grigia nel pomeriggio, quando le nuvole si addensano. In questi posti il crepuscolo arriva prima: in realtà, all’ombra degli alberi non se ne va mai. Alle quattro del pomeriggio Geordie chiude la disboscatrice e raggiunge a piedi il sentiero dove ha parcheggiato il camion. È un grosso Scania a rimorchio, con il braccio meccanico per caricare la legna. Il camion e la disboscatrice sono in leasing. Ha una ragazza, Mary, la sua lass. Una volta avevano anche un figlio. Comincia a caricare i tronchi accatastati sul ciglio della strada. È una manovra difficile che richiede pazienza: caricane male uno, e rischi che rotolino via tutti, e pure che si ribalti il camion. Dopo un’ora o poco più ha esaurito il compito, ed è esaurito anche lui. A pezzi, sul serio. Non soltanto per la giornata di lavoro intenso. Lo sfinisce il lavoro interminabile di cento, mille giorni. È contento di avere un lavoro, ma un giorno o l’altro ci lascerà la pelle. Poi ricorda le pasticche che Stevie gli ha venduto qualche sera fa al pub. Non sa cosa siano di preciso. «Oh, con queste non smetti più», così l’ha convinto Stevie. Amfetamina, benzedrina, mefedrone: chi se ne importa? Basta che facciano effetto. E qualcosa fanno, altroché. Mezz’ora dopo averle prese si sente meno stanco; ma si sente anche parecchio peggio, come se dentro di lui o fuori fosse cambiato qualcosa, ma chissà che cosa. Forse sono le pasticche, forse no. Più si avvicina il crepuscolo, più cresce l’ansia. Geordie è abituato da sempre a lavorare in solitudine. A stare in mezzo al nulla. E qui è in mezzo al nulla: una zona isolata di foresta tra Kershope Rigg e Blacklyne Common. Qui passano pochissimi escursionisti o contadini. E perché dovrebbero? Non ci sono pascoli né sentieri battuti, non c’è niente a parte gli alberi. Qui non c’è nessuno; non a quest’ora del giorno. Ha sentito guaire le volpi, il richiamo d’allarme degli uccelli, e spesso ha sentito gli strilli delle poiane che fluttuano in cielo, in traiettoria obliqua, sollevate dal vento che sulle colline della Frontiera non smette mai di soffiare. Ora si sente solo il silenzio, che comincia a innervosirlo. Caricato il rimorchio e messa in sicurezza la montagna di pertiche, si infila nella cabina dello Scania e lo accende. Le pasticche gli hanno fatto qualcosa di strano, lo sa. Si pente di averle prese, ma è troppo tardi. Il cuore gli batte troppo forte, sente il sudore imperlargli la fronte. Accende i fari e imbocca la galleria buia di alberi, segue il labirinto intricato e frastornante dei sentieri verso la valle del North Tyne, verso Leaplish e poi giù alla fabbrica di truciolato di Hexham, a scaricare. Poi tornerà nel borgo vicino al Tyne dove abita con Mary. C’è qualcos’altro che gli dà alla testa: qualcosa che crede di aver visto, più che sentito. Accende un po’ di musica per affogare questi pensieri strani e inopportuni – anzi, più che pensieri sono lampi che da chissà dove gli arrivano al cervello come segnali radio. Poi il camion ingombrante irrompe sull’asfalto e Geordie affonda il piede sull’acceleratore. Gli abbaglianti sono accesi, il rimorchio ondeggia pericolosamente, troppo veloce sulla strada che percorre la valle. Soltanto quando appaiono le luci dei primi centri abitati decide di rallentare almeno un po’. Con le prime case, ecco le immagini: immagini di bambini. In tante di quelle case, le luci delle stanze al piano di sopra sono accese. Geordie immagina che le luci illuminino bagni e stanze da letto. Immagina bambini che fanno il bagnetto; bambini che si fanno leggere una storia da mamma o papà, seduti sul letto, intenti a girare le pagine alla luce delicata di un abat-jour. Immagina i bambini che si rigirano sotto le coperte, assonnati, e bisbigliano buonanotte. Immagina – nei minimi dettagli – il padre e la madre che si sorridono mentre chiudono piano la porta della cameretta in cui il piccolo dorme. Lo immagina; se lo ricorda.
(continua in libreria...)