Economia

Intesa-Ubi, Messina gioca il jolly degli investimenti

Simone Rosti

L'Ops di Intesa su Ubi rappresenta un’operazione industriale dettata dalla profonda trasformazione che sta riguardando tutte le banche. Ecco perché

Lo scacco matto che Intesa sta tentando per accaparrarsi Ubi è sembrata ai più l’operazione che non ti aspetti. In verità, chi osservava con attenzione il tavolo da gioco del mondo del credito poteva immaginarsi uno scenario di questo tipo. Proviamo a spiegare il perché. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a fusioni e aggregazioni dettate soprattutto dallo stato di necessità per far fronte alla vigile guida della Bce che impone alle banche europee rigorosi requisiti patrimoniali con piani stringenti per rispettali.

Si è trattato spesso di operazioni indotte e favorite anche dagli Stati, si pensi ad esempio al caso delle ex banche venete che sono state ripulite dagli Npl (non performing loans, i crediti inesigibili, ceduti alla bad bank pubblica l’ex Sga ora Amco) per poi essere cedute ad Intesa. Anche l'operazione che ha coinvolto qualche anno fa Ubi, spinta a farsi carico delle disastrate Banca Marche e Popolare dell’Etruria e del Lazio, è stata un’operazione imposta dallo stato di necessità.

Tutte iniziative volte a impedire possibili derive molto impattanti, come il bail-in che avrebbe coinvolto anche i risparmiatori a pagare per le perdite della banca stessa. Ricordo anche l’analogo intervento che ha portato, per le stesse ragioni, la Cassa di Risparmio di Rimini, la Cassa di Risparmio di Cesena e la Cassa di Risparmio di San Miniato nelle braccia di Credit Agricole. Restano ancora da definire le situazioni di Mps, talmente grave che è dovuto  intervenire lo Stato come azionista, di Banca Carige (che sembra aver trovato uno sbocco nello schema che vede coinvolta Cassa Centrale) e della Popolare di Bari.

Il tentativo, invece, di Banca Intesa di acquisire Ubi, con una trasparentissima offerta pubblica di scambio, rappresenta un’operazione industriale dettata dalla profonda trasformazione che sta riguardando tutte le banche. Sono circolati negli ultimi anni molti rapporti sul destino delle banche, alcuni dei quali molto catastrofici sulla reale possibilità di sopravvivere di molte di esse, magari dopo essere sopravvissute allo tsunami degli Npl. Un fatto è certo: gli attuali modelli industriali di molte banche non reggeranno a lungo. Tutto ciò a fronte della caduta vertiginosa dei margini di interesse in contrasto con gli enormi costi fissi che le banche si portano dietro da modelli organizzativi molto diversi da quelli che, invece, le spinte tecnologiche e regolamentali stanno producendo.

Per reggere la competizione servono flessibilità, minori costi, una nuova vision per giocare in uno scenario competitivo aperto dove il confine fra banking e servizi in senso lato non ha più soluzioni di continuità (il cosiddetto open banking). Ecco come si inquadra l’operazione Intesa su Ubi, un nuovo possibile grandissimo operatore (il settimo in Europa) in grado di guidare il mercato e non subirlo, in grado di mettere sul piatto importanti investimenti, nuove tecnologie, sinergie operative e riduzione dei costi remunerando adeguatamente gli azionisti.

Questa operazione, probabilmente darà avvio ad una nuova fase di aggregazioni che porterà a pochi grandi campioni europei. Se nella fase che ha preceduto quella dello stato di necessità di smaltimento degli Npl (vista sopra), le banche si aggregavano per aumentare gli sportelli, in questa nuova fase (non) paradossalmente le aggregazioni avvengono per ridurli, creando soggetti più snelli e con minori costi, quindi in grado di liberare risorse indispensabili nella nuova competizione per soddisfare una clientela sempre più mobile ed esigente. Che farà Unicredit? Si fonderà con un player europeo?

E Banco Bpm che doveva essere destinato a fondersi con Ubi? Il gruppo Bper, che intanto potrebbe prendersi circa 500 filiali dopo la fusione Intesa Ubi, invece creerà un polo con Mps e/o con Ubi stessa? Nel frattempo ci saranno tensioni sindacali perché il sacrificio di risorse sarà pesante, ma di tante nuove competenze ci sarà bisogno, ad esempio serviranno meno sportellisti ma più data scientists. È il rapporto costi opportunità di ogni grande trasformazione. Che di certo non si fermerà, questo è l’unico dato certo.