Economia
Piazza Affari, da Mps a Eni a Mediaset: i titoli per cavalcare il toro

Di Luca Spoldi
Se avevate sperato che il 2015 potesse essere l’anno della ripresa, quella vera, robusta e diffusa, in cui i mercati dovessero tornare a ragionare sull’andamento e sulla qualità degli utili e dei fatturati aziendali più che sui tassi ufficiali e sui programmi di “quantitative easing” (acquisto di bond sul mercato da parte delle banche centrali nel tentativo di far ripartire i prezzi), potete già prenotarvi le ferie: se andrà bene se ne riparlerà a settembre, più probabilmente nella primavera del prossimo anno.
Su cosa puntare allora in borsa, tenendo conto che la Grecia coi suoi tira e molla nelle trattative con la “troika” Ue-Bce-Fmi continuerà a condizionare l’andamento dei principali listini e a maggior ragione di quelle borse come Milano che hanno finora sfruttato più di altre la politica monetaria ultra-rilassata della Banca centrale europea e il tentativo di evitare in tutti i modi un nuovo default di Atene col conseguente rischio di una “Grexit” (l’uscita della Grecia dall’area dell’euro), visto che, appunto, di ripresa, specie nel mercato domestico, se ne continua a veder poca?
In realtà le strade sono solo due, a seconda che vi sentiate un animo più da “trader” o più da “cassettista”: si può puntare ancora sui titoli finanziari, approfittando della volatilità più elevata che li contraddistingue per operare ripetutamente in acquisto (nelle fasi di calo delle quotazioni) e in vendita (dopo qualche ulteriore strappo al rialzo) o sui titoli “ciclici”, che dovrebbero beneficiare del graduale miglioramento dello scenario macroeconomico prima a livello europeo (ed extra europeo), poi a livello italiano.
Nel primo caso al fattore “tassi” si somma l’effetto “risiko” legato alla riforma delle principali banche popolari che dovrebbe a breve tradursi in una serie di fusioni e acquisizioni. Le due “prede” più ambite sembrano essere Mps e Banca Carige, che quindi potrebbero avere ancora un buon rialzo davanti a sé, anche se debbono attraversare affrontare una fase delicata, legata ai rispettivi aumenti di capitale (da 3 miliardi di euro per Mps, da 850 milioni per Carige, entrambi fortemente diluitivi visto che la capitalizzazione di Mps è al momento attorno a 2,9 miliardi e quella di Carige a 750 milioni).
Possibile aggregante per Mps sembra Ubi Banca, per la quale in alternativa si parla di un matrimonio con Banco Popolare: le due alternative non sono in realtà indifferenti almeno per gli analisti di Equita Sim, che prevedono nel primo caso la necessità di un aumento di capitale da 1,5 miliardi, nel secondo nessun aumento, e stimano multipli di mercato per la società che emergesse dalla fusione superiori (dunque più cari) nel primo caso che non nel secondo. Ubi Banca potrebbe dunque essere un titolo da cavalcare “al ribasso” in caso di matrimonio con Siena o “al rialzo” se prevalesse l’ipotesi di un’aggregazione tutta popolare.
Banca Carige sembra avere dinanzi a sé una strada meno scoscesa: i Malacalza hanno ormai consolidato un’alleanza con Fondazione Carige (che ha venduto loro il 10,5% del capitale dell’istituto ligure), mentre i soci francesi di Bpce (9,98%) non sembrano aver fretta di vendere. Per l’istituto che a breve dovrebbe cedere la controllata Banca Cesare Ponti (i Nattino con Banca Finnat sono dati per favoriti, con gli analisti di Banca Imi che valutano positivamente l'eventuale operazione), potrebbe dunque restare indipendente ancora per qualche tempo, anche se gli analisti continuano a pronosticare un matrimonio a medio termine, magari con Bpm, eventualmente dopo che l’istituto milanese si sia integrato con un’altra popolare (come Bper o col Banco Popolare se non andasse in porto il “corteggiamento” di Ubi Banca).
Se invece non vi sentite attratti dall’attività di compravendita titoli o se non avete tempo e voglia di seguire gli sviluppi del risiko bancario italiano, potrebbe essere giunto il momento di puntare qualche fiches sui titoli dell’energia e delle telecomunicazioni, entrambi legati a ipotesi di ripresa della crescita economica ma anche a possibili operazioni straordinarie. Eni (e Saipem, che potrebbe ritrovare grazie a Turkish Stream le commesse perse con lo stop a South Stream) può beneficiare della stabilità raggiunta dai prezzi del petrolio dopo il marcato calo dello scorso anno. Stabilità che sembra la premessa per una ripresa del trend di crescita di lungo periodo dei prezzi dell’oro nero. Discorso analogo per Tenaris, che come Eni sembra potersi avvantaggiare anche delle partite del “risiko” nel comparto petrolifero-energetico, come la prospettata fusione da 47 miliardi di sterline tra BP e Royal Dutch Shell, che peraltro sembra non incontrare il gradimento del governo britannico.
Il basso prezzo del petrolio e in generale dell’energia e la prospettiva di una sua risalita a medio termine possono spingere secondo molti analisti altri gruppi petroliferi o energetici a cercare di fare shopping approfittando di quotazioni ancora relativamente a buon mercato ed Eni, con Saipem e Snam, è una delle prede più appetibili. Meno interessata al “risiko” ma in grado di beneficiare di un consolidamento della ripresa appare anche Enel, anche se non nell’immediato.
Secondo gli esperti del Credit Suisse (che ha appena alzato a 4,3 euro il prezzo obiettivo sul titolo), in effetti, gli utili del gruppo sono destinati a rimanere sotto pressione quest’anno e nel 2016, dopo di che tornerebbero a crescere. Ma la prevista cessione della partecipazione (66%) in Slovenske Elektrarne entro l’estate (anche se l’opposizione del governo slovacco, socio di minoranza al 34%, rischia di allungare i tempi dell’operazione) e la ristrutturazione delle attività in America Latina potrebbe supportare le quotazioni garantendo un periodo discretamente esteso di consolidamento delle stesse di cui approfittare per una scommessa “al rialzo” a medio termine.
Ancora più in là per quanto riguarda la crescita degli utili, ma assolutamente centrali a ogni ipotesi di “risiko” nel settore editoriale-telecomunicazioni, restano poi Mediaset e Telecom Italia. Mentre per la famiglia Berlusconi sembra avvicinarsi un periodo di transizione generazionale con conseguente ridefinizione del perimetro di business su cui mantenere un presidio attivo, la battaglia in corso in Europa tra colossi del settore sia sul versante media sia su quello telefonico rende i due titoli prede potenziali per chiunque voglia entrare sul mercato italiano con un peso rilevante.
In particolare dopo gli abboccamenti che sarebbero già stati fatti dal gruppo Sky per le attività di pay-tv di Mediaset Premium, negli ultimi giorni si è molto parlato di un interesse di Vivendi (gruppo che controlla Canal Plus e che fa capo al finanziare bretone Vincent Bollorè, numero uno di Havas, sesto gruppo mondiale delle telecomunicazioni, da anni tra i soci di Mediobanca) per le stesse attività di Mediaset Premium o anche per l’acquisizione di una partecipazione.
Ipotesi quest’ultima che, considerando che il gruppo francese riceverà da Telefonica il 5,7% del capitale (e l’8,23% dei diritti di voto) di Telecom Italia nell’ambito della cessione agli spagnoli della brasiliana Gvt, riporta d’attualità l’ipotesi, circolata per anni ma mai approdata a nulla di concreto per evidenti ostacoli politici, di un futuro matrimonio Mediaset-Telecom Italia, una volta che quest’ultima avrà deciso come chiudere la partita di Tim Brasil.