Economia

Tsipras costretto a tagliare, ma in Grecia si rischia la rivolta

Gli osservatori si attendono che giovedì, di fronte alla supervisione degli americani, al G7 finanziario di Dresda, le trattative possano finalmente accelerare per portare a compimento l'ultimo miglio nella complessa vicenda della Grecia e scongiurare così che il mancato pagamento della prima rata di giugno che Atene deve al Fmi (il 5) possa innescare un pericoloso effetto domino che costituirebbe un colpo mortale all'euro. A giugno la Grecia deve all'istituzione di Washington guidata da Christine Lagarde 1,6 miliardi di euro di vecchi prestiti, somma che deve essere saldata in quattro rate (la prima scadenza, appunto, è il 5, poi il 12, il 16 e il 19) e che alcuni pezzi grossi del governo di Alexis Tsipras hanno già avvertito che, in assenza dei 7,2 miliardi di euro (di febbraio, poi congelati) del Brussels Group (l'ex Troika) risalenti ai vecchi accordi con l'esecutivo Samaras, Atene non riuscirà ad onorare. Tecnicamente è il default, annunciato per di più: caso unico nella storia.

L'ultimo miglio delle trattative sulle riforme che Atene deve mettere in cantiere per rassicurare i creditori internazionali (80% sono le sistituzioni pubbliche come Ue, Bce e Fmi) è costituito da un accordo su due argomenti che per Atene, sulla carta, sono off-limits per i tagli e cioè mercato del lavoro e pensioni. Settori su cui Samaras ha fatto cadere la forbice e che hanno portato l'elettorato nelle elezioni di gennaio a dare il Paese in mano a Syriza, partito della Sinistra radicale. Tsipras ha l'estrema sinistra del proprio partito e gli alleati di governo di Anel (nazionalisti di destra) che sono lì pronti a ricordargli che altri sacrifici su temi delicati come il lavoro e le pensioni (dove esistono ancora consistenti sacche di privilegio) non saranno accettati, ma sa anche, come ha certificato l'ultimo sondaggio diffuso nel weekend in Grecia, che oltre il 70% della popolazione vuole che Atene resti nell'euro e che il 68% ritiene che il ritorno alla dracma peggiorerebbe la situazione economica.

Tsipras così ha due fronti da gestire ed accontentare: da un parte quello politico interno, dall'altra quello costituito da Angela Merkel e Francois Hollande che in settimana sono tornati a far la voce grossa nei confronti del premier ellenico dopo lo stallo dell'Eurogruppo di Riga al termine del quale Atene ha dovuto dare un segno agli spazientiti colleghi ridimensionando il ruolo del proprio ministro delle Finanze Yanis Varoufakis nella squadra negoziale che sta portando avanti la trattativa con il Brussels Group. Ora la vittoria di Podemos alle amministrative in Spagna, dove in vista delle più importanti Politiche di novembre, il movimento di Pablo Iglesias ha conquistato la municipalità di Barcellona e incassato un super risultato a Madrid, complica le quadro negoziale per Tsipras, perché il rafforzamento dei partiti anti-austerity e fortemente critici di un'Europa a leadership e trazione tedesca irrigidisce nel negoziato le posizioni di Merkel e compagni.

L'abilità del primo ministro greco starà nel portare a casa un accordo (i 7,2 miliardi servono al Paese per continuare a pagare le pensioni e gli stipendi pubblici quest'estate) che consentirà ala Grecia di rimanere nella moneta unica, far contenti i creditori internazionali (che con il ruolo mediatore del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker potranno concedere qualcosa) e le sentinelle interne dell'estrema sinistra di Syriza. Un accordo per cui più che capacità negoziali e contabili servono più doti da funambolo-equilibrista del miglior circo.