Esteri
Iran, i falchi per ora stanno a guardare

Nima Baheli, analista geopolico e collaboratore di Limes
L’accordo concluso 1l 14 luglio ha registrato la forte opposizione fino all’ultimo di una larga fascia del panorama politico iraniano. Si partiva dai contrari a qualsiasi genere di accordo col “Grande Satana”, i quali vedono il mondo attraverso una visione manichea di sottomissione alla potenza imperialista o di lotta rivoluzionaria, per passare a coloro i quali temono che le concessioni sul nucleare abbiano indebolito Teheran senza aver ottenuto nulla in cambio, per arrivare a quelli che sospettano che gli Stati Uniti vogliano creare tramite questo accordo una rete relazionale interna alla Repubblica Islamica per poi sottometterla politicamente come successo nel secolo XIX. Queste paure si scontravano però con le aspettative suscitate nel paese dalla elezione a presidente della repubblica nel 2013 di Hassan Rouhani il quale aveva vinto grazie a un programma incentrato sull'apertura all’estero e alla “rinascita” economica quale rimedio agli otto anni “persi” del governo Ahmedinejad. Rouhani ha una serie di vantaggi dalla propria parte.
È un religioso e quindi ha il supporto del clero che si sente garantito. Al contempo ha fama di miglior tecnocrate della Repubblica Islamica rassicurando la classe produttiva nazionale e, dulcis in fundo, ha ottimi rapporti con storici ministri degli Esteri occidentali quali Jack Straw, Joschka Fischer e Dominique de Villepin. Per tutto il corso dei negoziati, l’obiettivo principale del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, era di salvaguardare il senso della dignità e del rispetto nei confronti dell’Iran. Sembrerà strano ma questo concetto, ribadito anche dal presidente Rouhani nel corso della conferenza stampa successiva alla firma dell’accordo, è di fondamentale importanza per gli iraniani, e in prospettiva per contrastare l’opposizione interna, in quanto essi reputano che la propria nazione sia stata oggetto di ingerenze estere e di accordi umilianti negli ultimi due secoli. Ed è proprio per ribadire questo concetto di uguaglianza fra le parti che il ministro degli Esteri si è riferito alle controparti dei negoziati come suoi partner, e il presidente Rouhani ha riaffermato come sia stato un “accordo senza vinti né vincitori”. Orientamenti dei centri di potere riguardo all’operato della presidenza Rouhani L’apice della piramide istituzionale è costituita dalla figura della Guida Suprema, l'Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, e dal suo ufficio, conosciuto in Iran come il Beyt-e Rahbari. Il Beyt-e Rahbari ha al proprio interno tre fazioni di cui due, quelle guidate dall’ex ministro degli Esteri Ali Akbar Velayati e dall'ex presidente del Majles Ali Akbar Nategh Nouri, sono vicine a Rouhani. La terza fazione, guidata dal figlio di Khamenei, Mojtaba, e al cui interno sono presenti molti uomini dell’intelligence e delle Forze Armate tiene, per ora, un atteggiamento neutrale.
Questa convergenza nei confronti dell’attuale governo riflette la volontà di Khamenei, a detta di molte voci a Teheran, di non lasciare alla prossima Guida i problemi che vedono contrapposti l’Iran all’Occidente. Passiamo ora al corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Anch’essi sono divisi a grandi linee in tre fazioni. Le due più importanti sono quella guidata dal generale Ali Jafari che ha al proprio interno alti quadri dei Pasdaran e ottimi contatti con il loro centro studi, l’Ammar Strategic Center, e quella capeggiata dal comandante della Forza Qods, il generale Qasem Soleimani, con forte presenza di ufficiali con fama di incorruttibilità. La terza fazione, tradizionalmente vicina ad Ahmedinejad, tiene attualmente un profilo molto basso. Grazie al fatto di essere stato per lunghi anni direttore del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Rouhani ha ottimi contatti con i militari e con i funzionari d’intelligence. Contatti che gli hanno permesso, in tandem con la Guida suprema, d'intraprendere azioni finalizzate a limitare l’influenza dei Pasdaran nel settore pubblico e indebolirne le capacità competitive nel settore privato. Le azioni di Rouhani e Khamenei sono finalizzate a lanciare un segnale positivo agli investitori esteri in prossimità della revoca delle sanzioni. Lo schieramento politico è più variegato.
I riformisti guidati dall’ex presidente Mohammad Khatami sono favorevoli al riavvicinamento con gli Stati Uniti che potrebbe in prospettiva portare anche a una rinascita politica della formazione stessa. Anche i “moderati” di Akbar Hashemi Rafsanjani sono stati favorevoli a un accordo con Washington, ma solo a condizione che le cause della crisi fra le due nazioni siano risolte. Pur consapevole della storica inimicizia che divide i due paesi, Rafsanjani ha sempre sottolineato come «la politica americana debba essere affrontata con moderazione e apertura» al fine di “costringere” gli Stati Uniti a diminuire la propria campagna di demonizzazione dell'Iran. Si passa quindi allo schieramento parlamentare guidato dallo speaker del parlamento Ali Larijani, e che comprende i “conservatori tradizionalisti” vicini alla Guida suprema. Anche loro hanno supportato le azioni del governo Rouhani. Di orientamento opposto invece i delegati del “Fronte della Resistenza”, i quali hanno fortemente criticato i negoziati e gli Osoolgarayan di Gholam-Ali Haddad Adel.
Pur essendo consuocero di Khamenei, il suo schieramento ha varie volte redarguito l’amministrazione dal «non deviare dalla traiettoria della rivoluzione». Quali prospettive future? Forte dell’esito positivo dei negoziati sul nucleare, e del miglioramento economico del paese che dovrebbe registrarsi già a fine 2015, Rouhani potrebbe utilizzare questo successo come trampolino di lancio per ottenere la maggioranza dei seggi alle prossime elezioni parlamentari del febbraio del 2016 e dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo che nominerà la futura Guida Suprema. Qualora i candidati “moderati” riuscissero a superare il percorso di qualificazione controllato dal Consiglio dei Guardiani (organismo in mano ai conservatori), Rouhani dovrebbe però stare attento a non “stravincere”. Una vittoria troppo netta rischierebbe di rompere l’idillio finora registrato con Khamenei, il quale sin da quando è assurto a ruolo di Guida Suprema nel 1989 ha sempre cercato di evitare che una fazione politica iraniana guadagnasse troppo potere sulle altre, rompendo così il delicato equilibrio di pesi e contrappesi che regola il sistema iraniano di cui, in ultima analisi, lui è l’ago della bilancia. Nima Baheli, analista geopolico e collaboratore di Limes
Da ispionline.it