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La politica si è allontanata dalle persone comuni, ormai stanche degli inganni


Il distacco tra politica e popolo è tale che si finisce col vivere, e col percepirsi, più come consumatori che come cittadini
Il popolo è stanco degli inganni. Stanco degli slogan politici e delle frasi vuote. Stanco di quell’elite che cerca di riconquistarne il voto e non pensa invece prima di riconquistarne i cuori e le menti. Le discussioni in televisione, ma anche più grave nelle sedi politiche, vertono su temi vuoti, inutili, lontani dai bisogni e dalle necessità concrete dei cittadini. Si celebrano primarie dall’esito scontato. Si tengono congressi auto celebrativi, dove gli iscritti o i delegati di partito non si sentono mai coinvolti e non hanno influenza sulla linea politica.
A livello locale la situazione è ancora peggiore. Complici leggi elettorali distorsive e riforme che fanno sentire i cittadini sempre meno rappresentati. E le piattaforme online, o i referendum sui temi sociali non fanno molto per coinvolgere i cittadini nel dibattito. Se si aggiungono i continui episodi di corruzione, di malgoverno e di una così scarsa qualità professionale di chi fa politica, non stupisce che cresca sempre di più la disillusione da parte dei cittadini verso la politica.
Io sono Andrea Pasini, un giovane imprenditore di Trezzano Sul Naviglio, e credo che ciò a cui ci troviamo di fronte è dunque ben più grave di una passeggera manifestazione di stanchezza democratica. È il segnale di una crisi che colpisce il cuore stesso della democrazia, che sembra non essere più riconosciuta come un veicolo di cambiamento e di emancipazione sociale. Se la democrazia è un metodo per assumere decisioni collettive che garantisce la partecipazione più ampia possibile degli interessati la nostra può essere ancora definita una democrazia funzionante?
Si obietterà che la democrazia comporta dei limiti e non coincide semplicemente con la volontà della maggioranza. La storia del Novecento ci ha insegnato la pericolosità di declinazioni assolutistiche con le quali è stato possibile alterare le stesse regole su cui si basa il gioco democratico.
Oggi servirebbe ripensare a quei vincoli simili a quelli introdotti da Roosevelt dopo la crisi del ’29: vincoli in grado di ristabilire il primato della politica sul mercato e di restituire ai cittadini il potere di decidere quale modello di convivenza vogliono costruire. Servirebbero inoltre istituzioni più rappresentative, in grado di dare voce e visibilità alla pluralità delle opinioni e degli interessi che prendono forma nella società.