Politica
Leghisti delusi per le urne sfumate. Già pensavano alle liste elettorali...
Parlamentari del Carroccio affranti per la pace Salvini-Di Maio
Sogno infranto di una notte di mezza estate. Potrebbe essere il titolo di una pièce teatrale o di un film hollywoodiano degno dell'Oscar: invece è quanto hanno vissuto i parlamentari leghisti tra giovedì e venerdì. In pratica, è stato come sbagliare il rigore decisivo all'ultimo secondo di recupero della finale di Champions League. Un sogno che si è trasformato in un incubo. Nel pomeriggio di giovedì 18 luglio deputati e senatori della Lega gongolavano come golosi davanti a una torta di cioccolato e panna.
Il cannoneggiamento a mezzo agenzie di stampa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio ha diffuso la speranza, quasi una certezza, che questa volta sarebbe stata quella buona: crisi di governo ed elezioni anticipate a fine settembre. Non è un mistero, infatti, che praticamente tutti i parlamentari del Carroccio preferirebbero dichiarare finita l'esperienza di governo con i 5 Stelle e tornare dritti al voto (poi con o senza Silvio Berlusconi è un capitolo ancora tutto da scrivere).
Inutile fare nomi, basta prendere l'elenco dei deputati e dei senatori leghisti dai siti internet di Montecitorio e di Palazzo Madama per capire chi non vuole più, e in moltissimi casi non avrebbe mai voluto, portare avanti l'alleanza di governo con i pentastellati. E poi, come un doloroso coito interrotto, è arrivata la schiarita tra i due vicepremier. "Purtroppo si fa il rimpasto e si va avanti", è l'eloquente e malinconico commento di un esponente della Lega milanese. Già erano pronti i calcoli.
Già si pregustava il sapore della campagna elettorale balneare fatta di attacchi proprio al M5S. Al collegio del Senato di Varese ci va questo qua, quest'altro lo ricandidiamo in Piemonte 2, quell'altra sicura in Liguria, questo è bravo e merita un posto nel proporzionale in Calabria... La mente e il cuore dei leghisti erano già proiettati verso la composizione delle liste e la sfida elettorale, con il sogno di raggiungere e superare il 40% mandando Salvini a Palazzo Chigi. Niente da fare. Il nastro si è rapidamente riavvolto e siamo tornati alle estenuanti e poco concludenti riunioni a Palazzo Chigi sull'autonomia regionale e agli infiniti dibattiti sulla prossima manovra, sulla flat tax e su come conciliare le proposte spesso divergenti della Lega e dei 5 Stelle.
"Matteo è incazzato nero ma evidentemente non se la sente di andare fino in fondo e rompere" afferma con tono dimesso e rassegnato un senatore del Carroccio. Nonostante le smentite il ministro dell'Interno vuole (e probabilmente otterrà) il rimpasto, ma rischiare di andare a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio - un ossimoro che ha però una spiegazione politica - potrebbe essere troppo rischioso. La Lega avrebbe potuto facilmente andare al governo in ottobre, da sola o con la Meloni e magari con Toti, ma a quel punto Salvini non avrebbe più potuto giocare il ruolo di governo e opposizione insieme ma sarebbe stato chiamato in prima persona ad andare a trattare a Bruxelles con Merkel, Macron e von der Leyen.
Un conto è far la voce grossa a Roma o a Milano e poi lasciare che siano Conte e Tria a togliere le castagne del fuoco, come è accaduto con la mancata procedura di infrazione, ben altro è andare in Europa muso contro muso per difendere l'ambiziosa manovra economica - che con la promessa della flat tax avrebbe probabilmente fatto vincere le elezioni - senza più avere chi copre le spalle, media, tratta all'infinito e alla fine evita lo scontro. L'altra ipotesi sarebbe stata quella di rispolverare il 'bastaeuro' del 2014 e lanciare la campagna dell'Italexit.
Ma non tutti i leghisti si chiamano Claudio Borghi e in molti, primo fra tutti Giancarlo Giorgetti, non gradirebbero questa svolta radicale alla Nigel Farage. Senza considerare i sondaggi che continuano a evidenziare come la maggioranza dei cittadini sia contraria all'uscita dall'euro e dall'Ue. Ed ecco che, obtorto collo, si va avanti con Conte, Di Maio e i 5 Stelle. Con buona pace dei parlamentari leghisti che passeranno agosto a leccarsi le ferite per aver sbagliato il rigore decisivo in zona Cesarini e aver perso la Champions del voto anticipato.