Palazzi & potere

Madia: arrivano i ricorsi. Per i dirigenti l'incarico sarà merce di scambio

Madia: arrivano i ricorsi. Per i dirigenti ottenere un incarico potrà diventare merce di scambio con la politica che deciderà della loro carriera...

Una classe politica che per anni, in maniera bipartisan, ha evitato di valutare la dirigenza per merito, preferendo troppo spesso l’appartenenza o la vicinanza partitica, ora non avrà più limiti, fino alla possibilità addirittura di licenziare senza alcuna motivazione dirigenti non allineati.

Il tempo è quasi scaduto. Il Consiglio dei Ministri del prossimo 25 agosto approverà senza dubbio il decreto sulla dirigenza pubblica in attuazione della riforma Madia. Ne vale la credibilità dello stesso Governo Renzi  che non può far decorrere inutilmente il termine per l’attuazione della delega. Ma la sostanza della riforma ha ancora molti punti critici, sia nei rapporti fra amministrazione centrale ed autonomie locali, sia rispetto al futuro status giuridico del dirigente pubblico. In questi ultimi giorni si fa gran parlare sulle pagine dei giornali  della questione dell’alta burocrazia ministeriale e sulla eventuale salvaguardia per gli incarichi dei Direttori Generali di primo livello, nel momento in cui entrerà in vigore il ruolo unico. Nel mondo dei poteri locali ( Regioni, Province e Comuni ) questo problema non esiste ed il passaggio al  ruolo unico, già vigente da anni, fu attutito a suo tempo da specifiche norme contrattuali. Molte soluzioni possono essere messe in campo, su questo tema, fermo restando che una scadenza anticipata per legge di tutti gli incarichi  presta il fianco ad evidenti problemi di costituzionalità per uno spolis system generalizzato. Ma il vero problema della riforma, quello su cui pare per il momento  non esserci rimedio, è il meccanismo per  il conferimento degli incarichi ed in modo particolare l’aver legittimato la possibilità che un dirigente rimanga senza incarico senza nessun motivo oggettivo di demerito. Fin’ora le competenze gestionali sono state connaturate alla figura dirigenziale ed il caso di dirigente privo di incarico e quindi di qualsiasi attività di direzione  era un momento patologico  del rapporto giustificabile solo  come sanzione per demerito a causa di un cattivo uso del potere  dirigenziale. Con la riforma per il dirigente non sarà più un diritto ottenere un incarico e quindi  poter svolgere quelle  attività per le quali ha vinto un concorso pubblico;  si crea una dissociazione fra la qualifica dirigenziale ed il simmetrico obbligo all’incarico. La norma prevede, alla scadenza dell’incarico,  la collocazione del dirigente a disposizione nel ruolo con conseguente perdita di tutte le voci accessorie della busta paga  a prescindere da qualsiasi valutazione dei risultati conseguiti . Paradossalmente si pone sullo stesso piano ( a disposizione) tanto il dirigente rimasto senza incarico alla scadenza naturale del termine che quello privato dell’incarico per valutazioni negative . E non si prevede nessuna garanzia sul futuro  conferimento dell’incarico. Si può restare a languire nel  limbo della disponibilità, pur partecipando a innumerevoli  bandi, con una retribuzione che si riduce del 10% ogni anno, fino al definitivo  licenziamento dopo sei anni. Il vero demerito della riforma è proprio la possibilità di consentire che un  dirigente pubblico venga licenziato non solo se non lavora, se ha una cattiva valutazione, se commette un reato o un illecito (situazioni per altro già esistenti) ma semplicemente per il fatto che non riceve un incarico per un certo periodo di tempo. Questo è il vero corto circuito nella separazione fra politica e gestione  amministrativa  che sottopone la dirigenza , senza alcuna tutela, al volere ondivago ed immotivato dell’amministrazione di turno. Una classe politica che per anni, in maniera bipartisan, ha evitato di valutare la dirigenza per merito, preferendo troppo spesso l’appartenenza o la vicinanza partitica, ora non avrà più limiti, fino alla possibilità addirittura di licenziare senza alcuna motivazione dirigenti non allineati. Per i dirigenti ottenere un incarico potrà diventare merce di scambio per favori vari ( con buona pace di tutto il meccanismo dell’anticorruzione ). Il discorso a questo punto  riguarda tutti i cittadini, prima ancora che i dirigenti. Come in tutte le società, infatti, anche tra i dirigenti ci sono i carrieristi, gli opportunisti, quelli più potenti dei politici, ma ci sono anche quelli che vogliono soltanto fare bene il proprio lavoro e mantenere se stessi e le proprie famiglie; con questa riforma, tutti i dirigenti saranno messi sullo stesso piano, tutti  potenzialmente saranno posti al servizio non della Nazione ma del politico e di chi è protetto o favorito da questi. Quali saranno i risvolti della riforma sulla efficienza dei servizi e sul soddisfacimento dei bisogni degli utenti che sono indistintamente garantiti dalla carta costituzionale? E’ proprio l’interesse  del cittadino che deve essere il perno di ogni riforma insieme ai principi costituzionali (vedi l’art.97 Cost. ) che regolano lo Stato di diritto, quelli tutt’ora vigenti e non toccati dalla riforma costituzionale su cui si svolgerà il referendum. Il prossimo Consiglio dei Ministri sicuramente licenzierà il decreto che inizierà il suo iter fra parere del Consiglio di Stato e discussione parlamentare. Sono prevedibili molte osservazioni fino alla definitiva approvazione. In ogni caso, come la storia insegna per le passate norme sullo spoils system della dirigenza, l’ultima parola la diranno le sentenze della Corte Costituzionale. E’ prevedibile una lunga serie di contenziosi.

 

Silvana de Paolis
*Segretario Nazionale DIRER SIDirSS