Culture
Il saggio/ L'arte e la rappresentazione del sesso... Immagini ed estratto (il capitolo "Sesso intellettuale")







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Dalle raffigurazioni più allusive a quelle più esplicite, fin dall’antichità l’arte ha sempre mantenuto forti legami con la rappresentazione del sesso. Nell’iconografia classica esiste una lunga lista di opere scandalose, tenute nascoste o custodite gelosamente per pochi, capolavori considerati oltraggio al pudore e banditi per il loro contenuto, ma è solo attraverso l’interazione con i mass media e con i moderni strumenti di diffusione che nasce il concetto di oscenità. In questo nuovo saggio Luca Beatrice, critico d’arte ironico e aperto alle molteplici sollecitazioni visive dell’arte contemporanea, esplora un tema “hot” che da Courbet a Picasso, da Man Ray a Mapplethorpe arriva alle performance di Vanessa Beecroft e Jeff Koons, agli spettacoli di Madonna fino a YouPorn, ultima frontiera dell’intrattenimento erotico.
L'AUTORE - Luca Beatrice è nato a Torino nel 1961. Critico d’arte e docente all’Accademia Albertina di Torino è stato curatore della Biennale di Praga (2003-2005) e della programmazione culturale per il Comune di Perugia (2005-2009). Nel 2009 è stato co-curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Ha pubblicato volumi e saggi sulla giovane arte italiana, fra cui, Nuova arte italiana (Castelvecchi 1998) e una monografia su Renato Zero, Zero (Baldini Castoldi Dalai 2007).
LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Rizzoli)
Il capitolo "Sesso intellettuale"
Ci voleva la fotografia contemporanea a riattualizzare il tema della Maja vestida vs Maja desnuda che già fece scandalo ai tempi di Goya. La provocazione, questa volta, viene da uno dei più classici ritrattisti americani, quel Timothy Greenfield- Sanders che ha immortalato divi di Hollywood, rockstar (in particolare il suo amico fraterno Lou Reed), artisti e potenti della Terra (sue sono le immagini posate di alcuni presidenti degli Stati Uniti). Nato a Miami nel 1952, laureato in Storia dell’arte alla Columbia University nel 1974 e in cinema presso l’American Film Institute nel 1977, sposato con Karin Sanders, uno dei più importanti avvocati penalisti di Manhattan, i lavori di Timothy Greenfield-Sanders hanno anche un risvolto socio-politico, come i visi dei marines di ritorno dall’Iraq (progetto del 2006) e The Black List, realizzato tra il 2008 e il 2010, che raccoglie foto e interviste a personalità afroamericane. La raffinatezza è la sua cifra distintiva, cosa che non stupisce affatto se chi viene ritratto si serve di abiti e accessori per evidenziare alcuni aspetti della propria psicologia, ma quando nel 2004 Greenfield-Sanders se ne esce con XXX 30 Porn-Star Portraits è subito scandalo per chi è abituato alla statuaria immobilità dei volti immortalati e immersi in uno sfondo nero tanto ieratico quanto impersonale. Greenfield- Sanders utilizza come di consueto la Polaroid 20x24 presentando trenta doppi ritratti di divi e dive porno vestiti e spogliati. La cosa sorprendente è che il pubblico del cinema hard è molto più avvezzo a riconoscere i propri attori preferiti quando sono «in azione», dunque completamente nudi. In questo caso invece gli abiti offrono qualche informazione in più sul carattere e sulla psicologia del personaggio e dunque, paradossalmente, la vera e propria rivelazione avviene attraverso il look, l’habitus, e non per mezzo della spogliazione. Di Nina Hartley o Jenna Jameson, di Jesse Jane o Ron Jeremy, di Michael Lucas o Ginger Lynn, di Lexington Steele o di May Ling Su veniamo così a conoscere sfumature e dettagli imprevisti da ciò che hanno scelto di mettersi addosso. Come ha scritto acutamente Demetrio Paparoni, il suo lavoro è «una galleria di ritratti di personaggi noti, o che comunque lo potrebbero diventare per il rilievo del loro ruolo in un ambito specifico, che rimanda all’idea di successo. Ora il successo, uno dei pilastri su cui si fonda ogni società a capitalismo avanzato, svela due volti di tale società; per un verso implica un’affermazione di potenza, per l’altro, sottraendo spazio alla dimensione privata, limita la libertà dell’individuo. Il successo poi, come è noto, può essere effimero. Per questo il volto di un protagonista può restare nel tempo solo laddove si trasformi in icona». L’idea di certo originale di XXX 30 Porn-Star Portraits è quella di avvicinare il mondo ruspante e trash della pornografia a quello patinato e cool dell’arte. Due universi che hanno evidentemente parecchi punti in comune e molti insospettabili estimatori, come si evince dagli autori dei saggi; scrittori (A.M. Homes, J.T. Leroy, Salman Rushdie), gente di cinema (John Malkovich, John Waters) oltre all’onnipresente amico Lou Reed. «Molte persone mi hanno suggerito di non farlo» spiega l’artista «perché avrebbe rovinato la mia reputazione. Avevo fotografato tutti i presidenti americani, parecchi personaggi importanti: queste [le pornostar ritratte in XXX] sono persone al top della loro professione, sono le più brave a scopare. Per me era interessante l’idea di farle vedere come individui, non come pornostar. Ho voluto includere delle pornostar gay, cosa che al tempo era sospetta; anche l’editore non era completamente d’accordo ma io ho insistito perché per me era una parte della visione della sessualità. Ho pensato che così il libro avrebbe anche avuto un mercato più ampio. All’inizio ero leggermente imbarazzato, poi, quando lavori con le pornostar, dopo un po’ ti rendi conto che loro sono più a proprio agio nude, vogliono mostrarti la loro mercanzia, e quindi ho cominciato a rilassarmi, e mi sono divertito tantissimo.» Siamo dunque allo sdogamento intellettuale del porno. L’introduzione di XXX 30 Porn-Star Portraits viene affidata a Gore Vidal, lo scrittore americano scomparso nel luglio 2012, che ha sempre parlato apertamente di omosessualità schierandosi contro il perbenismo ipocrita della società statunitense. Vidal spiega che gli istinti sessuali sono la base della vita sul pianeta e che la pornografia esiste da sempre: «Storie di sesso venivano senz’altro raccontate intorno al fuoco ai tempi dell’uomo di Neanderthal, e forse sui muri delle caverne si disegnavano delle posizioni a scopo istruttivo». La libertà sessuale è stata soffocata per lasciare spazio alle istituzioni che hanno modellato le nostre società moderne con la schiavitù, il matrimonio, la religione cristiana e tutto il sistema economico che si è sviluppato intorno: «La monogamia divenne la roccia su cui si appoggiavano la famiglia e lo Stato. Un dio, un papa, un imperatore, un datore di lavoro e un compagno per la vita. Inutile dirlo, la prostituzione, gravemente condannata, non fece altro che prosperare, così come la pornografia, non solo come ausilio per la masturbazione solitaria ma anche per risvegliare l’immaginazione, mortificata». E conclude con una sagace battuta di Karl Kraus: «Il sesso con una donna può essere eccitante quanto la masturbazione, ma richiede più immaginazione. Ed eccoci al punto: qui troverete alcune splendide nuove immagini su cui meditare al buio, prima dell’alba». Interessante la testimonianza di una «diretta interessata», Nina Hartley, pornodiva estrema degli anni Ottanta che in diversi film ha praticato la sodomizzazione dei suoi partner maschi, ma conduce una vita morigerata (non si droga, non beve e non fuma). Secondo la Hartley la pornografia, da quando ha mosso i primi passi nell’ambiente, è cambiata poco, mentre è mutata la percezione della pornografia, di cui ormai si dichiarano consumatori, senza alcuna vergogna, tanto le giovani coppie che le donne single. A tutto ciò ha contribuito lo sviluppo del pensiero femminista, che negli anni passati la considerava come territorio di assoluto dominio maschile, dove la donna veniva usata contro la propria volontà e considerata una sorta di oggetto o, meglio, una «puttana per natura». Oggi, invece, rivendica tutta la sua autonomia. La Hartley indirizza un omaggio al porno di rara potenza: «Io sono un’artista. Il sesso era, e rimane, il mio soggetto. [...] Il porno ha accresciuto le mie capacità comunicative, approfondito la conoscenza della mia sessualità, mi ha consentito di superare la paura degli uomini e ha aumentato la fiducia in me stessa. [...] Qual è il messaggio? Il sesso è un dono dell’evoluzione stupendo, gioioso, positivo, trasformativo, curativo, eccitante. Il suo immenso potere richiede rispetto. In quanto adulti, siamo noi a dover decidere che cosa il sesso significa per noi e come possiamo utilizzarlo al meglio per migliorare le nostre vite e le nostre relazioni. Vergognarsi dei propri desideri è inutile, ci aliena dall’amore e dalla vicinanza con le altre persone. Il sesso ha solo il significato che decidiamo di attribuirgli». John Malkovich racconta della prima volta in cui è venuto a contatto con la pornografia su carta, nel garage dei nonni di un amico dove era nascosta una serie di giornaletti per adulti, e di quando ha visto il primo film porno, al college, insieme ad alcuni compagni e compagne di studi. Quindi, dopo aver condiviso lontani ricordi personali, veste i panni dell’economista di settore, affermando che la pornografia è uno dei maggiori business mondiali e che soltanto in America fa muovere parecchi miliardi di dollari all’anno. Ma la svolta è arrivata con internet. «Ogni giorno, si dice che i siti porno siano in assoluto i più frequentati. Si può accedere a qualsiasi cosa uno desideri; di fatto, si può probabilmente avere accesso a cose mai sognate prima». E profetizza che, con il boom dell’homemade, forse spariranno i professionisti del genere – di cui XXX 30 Porn-Star Portraits diventerebbe quindi una sorta di celebrativo memoriale per gli ultimi eroi di un mondo in via d’estinzione. E infine Salman Rushdie, uno che con la censura politicoreligiosa ha avuto guai ben più grossi, conia uno slogan a effetto: «Porn for Peace». La sua argomentazione è semplice e si basa sui dati del consumo di pornografia via web in Pakistan: il numero di accessi e di siti è altissimo, ma altrettanto alta è la vigilanza della censura. Tanti siti vengono bloccati, ma parecchi ne sorgono di nuovi. Il proprietario di un cinema porno di Karachi ha difeso la propria attività sostenendo che se la sua sala chiudesse, i suoi clienti sarebbero più inclini a partecipare ad attività terroristiche mentre, se viene loro concessa la possibilità di vedere le pellicole incriminate liberamente, saranno soddisfatti e più tranquilli. «Se la pornografia occidentale è un sintomo della decadenza occidentale,» conclude «allora la pornografia orientale è un effetto collaterale della repressione orientale. La pornografia è quasi sempre un effetto, o un sintomo, di qualche malattia sociale non pornografica. Non è mai la causa.» Greenfield-Sanders tenta così, con successo, di intellettualizzare il porno. Thomas Ruff, al contrario, si serve delle scene più esplicite dei porno amatoriali per «contaminare» il mondo dell’arte dove ha ottenuto la consacrazione a livello mondiale. Fotografo della Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività) tedesca, nato nel 1958, vive e lavora a Düsseldorf. Nel suo percorso artistico ha attraversato tutti i generi includendo un eterogeneo range di soggetti: reportage, documentario, fotografia scientifica, ritratti, architetture, cieli stellati e per ultimi i nudi. Al volgere del nuovo millennio Ruff passa dall’analogico alla tecnologia digitale realizzando Nudes; il materiale di partenza è costituito da immagini pornografiche a bassa definizione scaricate dal web, poi modificate in base alle esigenze dell’artista che di volta in volta decide di ripulire la composizione di qualche dettaglio, cambiare colore e ingrandire le dimensioni del singolo frame rendendo tutto sfocato e confuso. In tal modo il contenuto si dissolve, deludendo le aspettative dello spettatore e frustrandone sia la percezione sia le fantasie. Filippo Maggia, curatore della mostra Thomas Ruff. The Grammar of Photography, ospitata dalla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia nel 2006, sostiene che «non è tanto il procedimento a interessare quanto lo sdoganamento di un genere che negli anni seguenti diventerà quasi una moda nel panorama dell’arte contemporanea. I Nudes di Ruff mostrano fantasie e ossessioni messe in pratica da professionisti e amateur concedendo molto all’estetica e alla forma compositiva». L’aspetto più interessante del progetto, però, è lo scritto posto a incipit del catalogo (2003) a firma Michel Houellebecq, autore del romanzo scandalo Le particelle elementari (1998) e di altre opere dove la tematica sessuale è ossessiva. Come nel caso di Greenfield-Sanders, a «nobilitare» il contenuto pornografico è chiamato uno scrittore; benché l’approccio sia totalmente differente (Houellebecq racconta una storia, mente Gore Vidal e Salman Rushdie scrivono specificatamente un breve saggio sul tema), il fine pare lo stesso: l’arte «alta» viene sollecitata a soccorrere la «sorellastra» (la pornografia), e a tal fine si sdoppia per raddoppiare le forze (non basta l’artista visivo, ci vuole anche l’avallo della letteratura). Il contributo di Houellebecq consiste nel racconto Cléopâtre 2000, cronaca agrodolce, un po’ ironica un po’ amara, delle attività che si svolgono in un locale per scambisti di una rinomata località di vacanza, frequentato, in alta stagione, da centinaia di coppie aperte. La voce narrante è quella di un uomo sulla quarantina che, il primo sabato della prima settimana di agosto di ogni anno, concede a sé e alla consorte l’attesa avventura erotica fuori dall’ordinario, fornendo un preciso resoconto di tre annate, dal 1997 al 1999, per concludere con qualche mesto interrogativo sullo scambio del nuovo millennio: chissà se Cléopâtre, questo il nome del locale, continuerà ad ammettere persone di tutte le età? Chissà se rimarrà aperto, data la sempre minore frequenza degli scambisti? E in effetti, come indica il post scriptum a conclusione del racconto, nel 2000 la coppia salta l’appuntamento, perché il locale nel frattempo è diventato un nightclub per travestiti. Salvo tornarci l’anno successivo. Anche Geoff Dyer, autore di Natura morta con custodia di sax (del 1991, pubblicato in Italia nel 1993) e di altri successi narrativi tra cui il già citato Amore a Venezia, morte a Varanasi, commenta sul «Guardian», il 2 marzo 2012, le foto di Thomas Ruff collezionate dai più importanti musei del mondo: «Nudes impedisce il desiderio di vedere sempre di più – e questo ci riporta ai nostri sensi. Intendo letteralmente – all’imprecisione sfuocata dei nostri sensi. [...] Il porno prende il desiderio universale di fare sesso, lo sviluppa e lo migliora: corpi perfetti, immuni da malattia, impotenza, attacchi cardiaci, rimorsi, conseguenze. [...] Ma sfocando queste immagini Ruff le migliora nella direzione opposta. Esse acqusiscono l’incertezza di un ricordo, l’imprecisione di una fantasia non realizzata, il turbinio sfuocato dell’inconscio, dei sogni. O degli incubi in cui l’idillio diventa maliziosamente orribile oppure grottesco o ridicolo. [...] La decisione di Ruff di chiamare queste immagini Nudes ci incoraggia a vederle come parte – plausibilmente come punto culminante e commento – di una tradizione di primaria importanza nell’arte occidentale, che si è ammantata di ogni parvenza religiosa, mitologica, estetica e morale. I Nudes di Ruff mostrano parte del processo attraverso il quale tali momenti intimi – desiderati, ricordati o immaginati – vengono preservati e distorti. [...] Ricordate la scena di Blade Runner in cui la replicante Rachael mostra a Deckard la sua piccola collezione di istantanee che autenticano la sua memoria e dimostrano che lei è umana? “Non sono tuoi ricordi” le dice Deckard. “Sono semplicemente... impianti.” Qui accade qualcosa di simile. Questi non sono nostri ricordi – o, se lo sono, sono del tutto impersonali. E per certi versi – per quanto riguarda il processo della loro creazione – non sono nemmeno di Ruff. Questo è ciò che le rende immediatamente riconoscibili come sue, e sue soltanto».
(continua in libreria)