Economia
Mps,l'ex banchiere col cuore a sinistra:la carriera a mille all'ora di Profumo

McKinsey, UniCredit, Eni, Mps, Equita e Leonardo
Gli amici lo hanno chiamato Alessandro il Grande per la sua infinita bramosia di potere e per l’intento – comune al monarca macedone – di ampliare a dismisura i confini della sua sfera di influenza. I detrattori (e ce ne sono stati tanti negli anni) lo hanno chiamato “arrogance”, a testimoniare un carattere spigoloso, altero, per niente incline a cercare il consenso plebiscitario. Ma quindi chi è Alessandro Profumo?
È il ragazzo che ha trascorso l’infanzia a Palermo – ma nato a Genova - e che, dopo il liceo classico, è andato a lavorare (guarda un po’) in banca mentre completava gli studi? O è invece il manager all’arrembaggio che dal 1987 al 1989 è stato a capo di una divisione di McKinsey? Ha sempre avuto due modi per essere letto, come una sciarada di difficile soluzione.
Quello che è certo è che, a muoverlo, è sempre stata un’ambizione difficile da arginare, che gli ha permesso di diventare direttore generale del Credito Italiano a 38 anni e amministratore delegato a 40. È stato il naturale contraltare di Corrado Passera: tanto morigerato l’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo nei suoi atteggiamenti pubblici – che si sono tradotti in una carriera politica all’ombra di Mario Monti prima del ritorno al suo grande amore, cioè le banche – tanto carismatico Profumo, che ha sempre voluto avere l’ultima parola.
Anche a costo di andarsi a schiantare. Anche l’ex numero uno di Unicredit non fa mistero della sua convinzione politica: il cuore batte a sinistra, anche se incarna definitivamente quella domanda che non ha risposta: è giusto che un progressista, attento alle sorti del mondo, guadagni tanto, tantissimo, in business che poco hanno di sociale?
Sì, perché quando nel 2007 decide di portare avanti la fusione con Capitalia, che porta alla costituzione di uno dei più importanti gruppi bancari europei, Profumo è il golden boy della finanza. Oltre a essere uno dei manager più pagati del paese, con i suoi 9,42 milioni, cui si sommarono 3,92 milioni di stock option gratuite. Durante la sua gestione il gruppo passa da 15.000 a 162.000 dipendenti.
Ma il Re Mida si trasforma rapidamente nel suo opposto – e ancora una volta ricorre la dualità del personaggio – quando, dopo aver aperto il capitale azionario alla Libia di Gheddafi, viene sfiduciato dal consiglio di amministrazione e costretto a dimettersi. Non gratuitamente, è ovvio: la liquidazione del banchiere è ancora oggi una favola da Mille e una notte. I 40 milioni che gli vennero assegnati (di cui due vennero prontamente girati all'associazione di Don Colmegna a Milano) rimangono un unicum che fa il paio solo con il ricchissimo congedo di Cesare Romiti da Fiat. Bankitalia, negli anni a venire, ebbe a criticare questi emolumenti, sostenendo che a Profumo ne sarebbero spettati al massimo una ventina.
La strategia di ampliamento all’estero, inoltre, viene sconfessata dal management che gli subentra, che procede a una rapida riduzione delle partecipazioni e alla cessione di alcuni rami reputati “inopportuni”. Quello libico non sarà l’ultimo inciampo: una politica un po’ troppo aggressiva in ambito commerciale gli costa un rinvio a giudizio per il fallimento della Divania di Bari. I vertici di Unicredit (Profumo e Ghizzoni) – si legge nel dispositivo – avrebbero spinto il titolare dell’azienda a “compiere operazioni dolose a seguito delle quali la società veniva esposta a rischi di perdite potenzialmente illimitate per 15 milioni di euro, e dal compimento delle quali derivava il dissesto della società che successivamente nel 2011, falliva”.
Poi, per un annetto il banchiere, che si allontanò in moto (insieme alla moglie Sabina Ratti) dalla sede di Unicredit che lo aveva appena sfiduciato, ha fatto perdere le sue tracce. Per poi ritornare, prepotentemente, sulla scena finanziaria nel 2011. Quando entra nel cda di Eni – la società di cui faceva parte anche la consorte. Ma è l’anno dopo che il Conte di Montecristo fa il suo trionfale ritorno nel salotto buono. Assume la presidenza di Mps dopo la disastrosa esperienza di Giuseppe Mussari, sotto la cui guida Rocca Salimbeni strapagò Banca Antonveneta. La gestione Profumo, orientata a un rigore enorme, produce risultati significativi e, nel 2015, la banca torna in rosso. Ed è lì che Profumo, ancora una volta a sorpresa, lascia per assumere la presidenza di Equita Sim.
L’ultimo passaggio di questa carriera a 1.000 all’ora è la nomina come amministratore delegato di Finmeccanica. È uno dei primi atti ufficiali della grande tornata di “investiture” del governo guidato da Paolo Gentiloni. Profumo accetta, anche se di armi e armamenti, di elicotteri e sistemi di rilevazione non ha mai saputo granché. Eppure studia, si ingegna, si impegna (ma non s’indigna). E a gennaio del 2018 presenta un piano industriale ambizioso.
Che riesce a centrare con un anno di anticipo, registrando indicatori solidi e ordinativi in aumento, mandando in visibilio il Tesoro che lo mantiene al timone di quella che, nel frattempo, ha iniziato a chiamarsi Leonardo. Ma la doppia vita di Profumo si manifesta di nuovo: nel 2018 viene rinviato a giudizio dal Gup di Milano per aggiotaggio e falso in bilancio. E una sentenza di un giorno di metà ottobre, di un anno che nessuno potrà mai dimenticare, lo condanna a sei anni e a 2,5 milioni di risarcimento. Sarà l’ultima tappa della carriera del manager genovese?