Politica
Lo choc dei dazi come quello del Covid, ma Meloni non si è fatta trovare impreparata: il piano d'azione per arginare la crisi
Dopo l'annuncio dei dazi da parte del presidente americano Donald Trump, Meloni studia le prossime mosse. L'obiettivo è non rompere con l'amministrazione Usa

Giorgia Meloni
Dazi, il governo non si è fatto trovare impreparato. L'analisi
Mentre la decisione di Trump di apporre dazi a mezzo mondo, sta letteralmente sconvolgendo i mercati finanziari internazionali, in quella che appare come una lugubre ripetizione di quello che accadde l’11 settembre, in Italia si cercano a tutti i costi colpevoli in una situazione che invece non ne ha, in una commedia degli equivoci che ha del paradossale.
"I dazi di Trump sono una mazzata", ha sottolineato la segretaria dem Elly Schlein (bella scoperta Elly) ed "è incredibile come il governo sia rimasto fermo, senza fare niente, si sapeva da mesi che questo giorno sarebbe arrivato, ma Giorgia Meloni ha usato il condizionale fino a ieri per non urtare l'amico Donald e fa arrivare l'Italia impreparata a questo disastro". Sulla stessa linea il presidente M5S Giuseppe Conte, secondo il quale "Meloni è arrivata completamente impreparata a questa catastrofe dei dazi che si sta abbattendo sulle nostre imprese e sui nostri lavoratori come uno tsunami economico".
A parte il fatto che ancora non si ha traccia di proposte alternative da parte della Schlein (ma quella non è una novità) e di Conte, la stessa identica si potrebbe dire di tutti i paesi europei così come del Canada della Gran Bretagna e della Cina. E poi non si capisce davvero il senso di uno scambio di accuse strumentali in un momento che invece richiederebbe la massima unita tra le forze politiche. Ma tant’è. Il governo comunque rispedisce al mittente le accuse di impreparazione, così frettolosamente lanciate dalle opposizioni. La verità, come trapela da fonti di Palazzo Chigi, è ben differente e narra invece di un governo che sta lavorando da tempo per trovare valide contromisure in grado di arginare quella che si annuncia come un vero e proprio tsunami sull'economia mondiale.
Il ministero degli Esteri da mesi sta alacremente lavorando con l’ICE, con ottimi risultati, per trovare nuovi sbocchi per i prodotti italiani in paesi quali il Sudafrica, Indonesia, Vietnam, Arabia Saudita (che dopo la visita di Meloni un mese fa ha promesso investimenti in Italia per 10 miliardi di dollari) India, Turchia, Messico, Brasile, Filippine, Emirati Arabi Uniti. Nel 2024 l’export italiano ha registrato risultati particolarmente rilevanti nei mercati extra-Ue: 17,6 miliardi di euro in Turchia (+23,9% rispetto all’anno precedente), 7,9 miliardi negli Emirati arabi uniti (+19,4%), 6,6 miliardi di euro in Messico (+7,4%), 5,8 miliardi in Brasile (+8,1%), 6,2 miliardi in Arabia Saudita (+27,9%), 5,2 miliardi in India (+1%). Fra le priorità anche i Paesi dell’Africa, che hanno totalizzato oltre 20 miliardi di export; l’Asean con 10,7 miliardi di euro di export e un aumento del 10,3% e i Balcani Occidentali con 6,5 miliardi di euro e +13,4%.
Il Piano d’Azione del ministero degli Esteri prevede una serie di misure: missioni istituzionali e imprenditoriali, rafforzamento delle attività fieristiche, supporto finanziario all’export, stipula di accordi con catene distributive internazionali e piattaforme digitali, apertura di nuove sedi all’estero da parte delle agenzie del “polo dell’export” in mercati strategici.
È stata anche preparata la guida modello sulla “diplomazia della crescita”, che le ambasciate italiane nei Paesi obiettivo del Piano d’azione stanno elaborando al fine di fornire informazioni concrete e specializzate alle imprese interessate a sviluppare attività di affari in tali mercati. L’ obiettivo è arrivare a 700 miliardi di export entro fine legislatura.
Ma anche le ripetute missioni della premier in giro per il mondo hanno avuto lo specifico obiettivo di aprire nuovi sbocchi commerciali per le imprese italiane che esportano. Perché il suo approccio è quello di portare avanti buoni rapporti diplomatici con tutti nell’interesse della nazione. Lo stesso dicasi del ministro Adolfo Urso, certamente uno dei ministri dello sviluppo economico che ha macinato più chilometri in missioni all’estero di tutti i suoi predecessori. Giorgia Meloni poi di concerto con il ministro Giorgetti sta lavorando per chiedere una revisione del patto di stabilità, considerando come lo shock dei dazi di Trump potrebbe essere paragonato a quello scatenato dalla pandemia di Covid sull’economia europea. La Meloni poi giustamente sta adottando un approccio attendista al contrario di quello, per esempio, del presidente francese Macron che ha subito invitato gli imprenditori francesi a non investire in Usa.
E’ chiaro che ragionano da Palazzo Chigi, una reazione scomposta, come quella di rispondere immediatamente con misure equivalenti contro gli Usa sarebbe controproducente, e i risvolti negativi ancora inesplorati. Anche perché, come dicono fonti qualificate di Palazzo Chigi, i dazi americani alla fine rischiano di essere un boomerang proprio per l’economia a stelle e strisce e quindi è facile pensare che possano effettivamente essere probabilmente una misura temporanea da utilizzare come strumento negoziale. Una ricerca empirica condotta dalla Banca federale di Richmond indica, infatti, che ogni aumento del 10 percento dei dazi generalmente aumenta i prezzi alla produzione di circa l'1 percento. Dato l'aumento del tasso tariffario effettivo medio durante il 2018-19, ciò si è tradotto in un aumento di circa lo 0,3 per cento dell'indice dei prezzi al consumo.
Sebbene queste tariffe abbiano fornito alcuni benefici economici mirati aumentando l'occupazione nei settori protetti, alla fine hanno prodotto una perdita netta per l'economia statunitense. Un working paper del 2019 ha rilevato che i dazi hanno generato circa 51 miliardi di $ (circa lo 0,27 percento del PIL) di perdite per i consumatori e le aziende che dipendono dai beni importati, sebbene tenendo conto dei guadagni occupazionali nei settori protetti si sia ridotta la perdita netta a circa 7,2 miliardi di $, ovvero circa lo 0,04 percento del PIL. Inoltre, sebbene i dazi abbiano aumentato l'occupazione in specifici settori protetti, hanno determinato un calo relativo dell'occupazione di circa l'1,8 per cento, equivalente a circa 220.000 posti di lavoro persi nei settori fortemente dipendenti dagli input importati, poiché le aziende hanno dovuto affrontare costi di produzione più elevati.
Delle due l’una, o Donald Trump è improvvisamente impazzito o è chiaro che alla lunga una situazione del genere non è certamente sostenibile per nessun inquilino della Casa Bianca. Tutte queste ragione hanno determinato quella che è stata una reazione ragionata delle premier, che pur evidenziando l’errore da parte del presidente americano, ha invitato a non fare eccessivi allarmismi (proprio quello che invece stanno facendo i leader delle opposizioni). Parafrasando Ennio Flaiano si potrebbe dire che “la situazione è grave ma non compromessa”. Detto in altri termini, calma e gesso.
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