Culture

Arriva il film choc sulla schiavitù. Fassbender padrone sadico e violento

di Lorenzo Lamperti

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Solomon riesce appena a respirare. Il suo collo ha intorno una corda. Dietro di lui gli altri schiavi della piantagione continuano a lavorare come se niente fosse. È in questa in splendida inquadratura che pare eterna il cuore di “12 anni schiavo”, il nuovo film di Steve McQueen, che racconta la schiavitù sotto un nuovo punto di vista. È il punto di vista di Solomon Northup, un musicista di colore di metà Ottocento, che si ritrova a diventare uno schiavo. Una drammatica storia vera che diventa un’occasione per il regista di “Hunger” e “Shame” di applicare il suo enorme talento visivo a un tema universale che gli ha fatto fare incetta di nomination per gli Oscar.

“IO SONO UN UOMO LIBERO” – All’inizio Solomon non si rassegna. “Sono un uomo libero”, continua a ripetere a chi lo bastona, lo frusta, lo umilia. “Io non voglio sopravvivere, voglio vivere”, ripete ai compagni che gli consigliano come non attirare attenzioni e non farsi ammazzare come un cane. Il violino che lui suonava da uomo libero nello Stato di New York resta il simbolo della sua umanità. Lui continua a suonarlo, anche quando il suo primo padrone, interpretato da Paul Giamatti, vende separatamente madre e figli manco fossero bestiame. Lui suona, sempre. Anche quando il suo ultimo padrone, interpretato dal fedelissimo di McQueen Michael Fassbender, fa alzare tutti nel cuore della notte per farli ballare in pigiama. Così, solo per uccidere la sua noia e per soddisfare le sue morbose attenzioni per una delle ragazze di sua proprietà. Solomon suona ancora il suo violino in una scena surreale, grottesca. Solomon suona perché ritiene che solo quello possa essere il suo strumento di emancipazione. Nessuno lo ascolta, a nessuno interessa la sua storia. Ripetere che lui ha una famiglia e che è stato ingannato da quelli che credeva amici è inutile. Forse quel violino può parlare per lui. “Un giorno dovrete rispondere dei vostri peccati”, urla gridando Solomon al perfido Fassbender che gli ha appena fatto frustare a sangue la ragazza legata a un albero. “Peccato? Non c’è nessun peccato. Io faccio quello che voglio della mia proprietà”, gli risponde lui. Solomon spacca il violino. Nemmeno la musica può parlare per lui, ormai.

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 “MEGLIO LUI DI NOI” – Nel giro di un anno tre film importanti hanno affrontato il tema della schiavitù. In Lincoln di Spielberg c’è un crudo e talvolta cinico resoconto dell’azione del mitico presidente americano sull’abolizione della schiavitù. Django Unchained, il pirotecnico western di Quentin Tarantino, è una storia di vendetta e affermazione dei propri diritti. Qui la strada scelta è diversa. Solomon, dopo la lotta iniziale, si rassegna a sopravvivere. Suona il violino mentre il suo padrona picchia una donna. Abbassa gli occhi quando altri neri vengono impiccati. Quando può trovare la salvezza non si volta indietro. “Meglio lui di noi”, gli dice all’inizio uno schiavo mentre insieme buttano in acqua il cadavere di un altro uomo. McQueen non racconta la salvezza degli uomini di colore ma la salvezza di UN uomo di colore. Una salvezza personale, intima, a cui seguirà una battaglia legale tanto lunga quanto infruttuosa.

MEGLIO VOI DI ME” – Al terzo film di McQueen viene il sospetto sia un po’ questo il suo mantra: “meglio voi di me”. Dove il “voi” sta per noi spettatori. Hunger, Shame e ora 12 anni schiavo. Tutti e tre i film del regista inglese mettono a dura prova chi li guarda, pungolandone il senso di colpa. Lo spettatore è indifferente partecipe della sofferenza del protagonista, che sia un’attivista dell’Ira, un sessuomane o uno schiavo di colore. Ecco, lo stomaco, che tanto aveva sofferto specialmente in Hunger, qui è messo a dura prova forse solo in un’occasione. A ben vedere tutti e tre i protagonisti dei film di McQueen sono schiavi di qualcosa. In Hunger Fassbender era schiavo di un’idea, in Shame era schiavo del sesso. Qui invece Chiwetel Eljiofor è schiavo del colore della propria pelle. E noi spettatori siamo schiavi di una messa in scena che ci rende complici del dolore e delle sofferenze dei personaggi. Per questo nemmeno una salvezza che nei casi precedenti era impossibile da ottenere ci assolve. Niente da fare, chi guarda è colpevole. Non solo chi alza la frusta. Meglio voi di me.