Libri & Editori
Dozzina Premio Strega: le interviste agli autori e alla Presidente
Uno speciale interamente dedicato alla dozzina del Premio Strega 2023: ecco tutto quello che c’è da sapere
2) Dove non mi hai portata di Maria Grazia Calandrone (Einaudi)
Secondo anno in finale al Premio Strega per Maria Grazia Calandrone, che già aveva colpito la giuria con il suo Splendi come vita, nella cinquina dell’edizione 2021. Stavolta è in gara con Dove non mi hai portata, sempre edito da Einaudi, e racconta così questa nuova esperienza: “Sono molto onorata e anche un po’ stupita, però stavolta meno spaesata: conosco quella che in poesia si definisce “procedura”, con preciso linguaggio burocratico. Ma i timoni delle barche-libro rimangono, come sempre, nelle mani del Caso”.
Nel 2021 la Calandrone fuse insieme poesia e narrativa per raccontare la storia della sua madre adottiva, mentre adesso l’autrice va ancora più a fondo, esplorando la prosa in tutte le sue dimensioni e utilizzandola per ripercorrere la primissima fase della sua vita, quella in cui venne abbandonata dalla madre biologica. I fatti furono alquanto tragici: Lucia, nell’estate del 1965, aveva un marito violento da cui era scappata, una bambina di otto mesi e un passato che – in quell’epoca – la rendeva colpevole di gravi reati. Non sapendo come gestire la situazione, lasciò la sua bimba su un prato di Villa Borghese, nella speranza che qualcuno la trovasse e le regalasse un futuro; l’intento non era però quello di ricostruirsi una nuova vita senza di lei, bensì di porre fine alla propria con un gesto drammatico. Dunque una storia intrisa di sofferenza che contiene tutti quegli elementi ricordati in precedenza da Melania G. Mazzucco, ma affrontati dalla Calandrone con una ritrovata serenità e il necessario distacco emotivo. “Ad essere onesta mettere su carta tutto ciò non è stato per me né doloroso (a parte alcuni momenti, come la lettura di una certa lettera), né terapeutico. Quando si scrive si diventa entomologi, l’ossessione è la lingua, più che la storia. In questo senso, possiamo forse dire che la scrittura sia terapeutica, perché impone un distacco chirurgico dalle emozioni personali, le restituisce epurate, come venute da un viaggio in territori che da soli, senza la guida ferma delle parole, non avremmo mai potuto raggiungere”.
Il linguaggio di Maria Grazia Calandrone, d’altra parte, risente in maniera forte del suo essere prima di tutto poetessa; il suo è uno stile unico e particolare, che denota in maniera originale ogni sua opera. “Il ritmo è fondamentale anche per la mia prosa, tanto che spesso vado a capo per motivi musicali. Mi piace infatti definire la mia scrittura “prosa musicale”. E poi mi è indispensabile lasciare il bianco intorno alle parole, uno spazio libero dove chi legge possa deporre la propria esperienza. La sua vita, se vuole, parola per parola”.